Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī — VIII



18 maggio 2016

Questo è l’ottavo di una serie di articoli in cui vengono presi in esame i primi versi di Sāvitrī. Chi non avesse letto gli articoli precedenti può trovarli sotto il menu Weblog.

Abbiamo visto finora i primi quindici versi del poema.
Il paragrafo successivo è composto di sette versi:

As in a dark beginning of all things,
A mute featureless semblance of the Unknown
Repeating for ever the unconscious act,
Prolonging for ever the unseeing will,
Cradled the cosmic drowse of ignorant Force
Whose moved creative slumber kindles the suns
And carries our lives in its somnambulist whirl.

Dietro suggerimento di un lettore ho aggiunto sotto ciascun verso, tra parentesi quadre, la trascrizione fonetica secondo l’alfabeto fonetico internazionale (IPA), seguita da una semplice traduzione letterale parola per parola, con lo scopo di facilitare la lettura dei versi direttamente nella lingua originale. Sia la trascrizione fonetica sia la traduzione letterale sono ora presenti anche negli articoli precedenti di questa serie.

Riprendiamo in questo modo il commento dal sedicesimo verso:


XVI

As in a dark beginning of all things,

[əz ɪn ə dɑːk bɪˈɡɪnɪŋ  əv ɔːl ˈθɪŋz,]

As in : come in | a dark: un oscuro | beginning: inizio | of all things: di tutte le cose, |

Perché si parla di un “inizio oscuro” delle cose? Che cosa significa? Per cominciare a rispondere a questa domanda forse la cosa migliore è partire da una citazione di Sri Aurobindo stesso:

L’Incoscienza è la riproduzione inversa della Supercoscienza suprema: ne conserva l’assolutezza d’essere e l’automaticità di azione, ma in una catalessi vasta e involuta; è l’Essere perduto in se stesso, immerso nel proprio abisso d’infinità. Invece di un luminoso assorbimento nell’esistenza-in-sé abbiamo una tenebrosa involuzione in essa, “l’oscurità ricoperta dall’oscurità” del Rig Veda, tamasit tamasa gudham, che la fa apparire come una Non-esistenza; invece di una luminosa e inerente consapevolezza di sé abbiamo una coscienza precipitata in un abissale oblio di sé, inerente nell’essere ma non desta nell’essere. E tuttavia, in questa coscienza involuta è ancora presente una nascosta conoscenza per identità: nella sua oscura infinità si cela la presenza cosciente di tutte le verità dell’esistenza e, quando agisce e crea (pur agendo innanzi tutto come Energia e non come Coscienza), fa sì che ogni cosa si disponga con l’accuratezza e la perfezione di una conoscenza intrinseca. In tutte le cose materiali risiede una Idea-reale silenziosa e involuta, un’intuizione sostanziale e autoefficiente, una cieca esatta percezione, un’intelligenza automatica che elabora i propri concetti inespressi e non pensati, la certezza di una visione che vede senza vedere, di una sommersa, muta e infallibile sensazione che, pur sotto un rivestimento d’insensibilità, attua tutto ciò che dev’essere attuato. È evidente che questo stato e quest’azione del Noncosciente corrispondono interamente allo stato e all’azione della pura Supercoscienza, tradotti però nei termini di un oscuramento di sé in luogo della luce di sé originaria. Questi poteri, intrinsici nella forma materiale, non sono una proprietà della forma ma operano nella sua muta subcoscienza.
(The Life Divine, Complete Works, Book I, pag. 570.)


Qui Sāvitrī ci porta a contemplare in modo diretto la matrice stessa dell’Ignoranza, ed è fondamentale comprenderne la natura: tutto ciò che siamo nasce da un movimento evolutivo della coscienza a partire dalla Non-coscienza, e questo è possibile solo perché una pura Coscienza originaria vi si trova involuta. Il verso XVI parla del movimento iniziale di questa evoluzione, del primo emergere di “qualcosa” dall’abisso dell’Incoscienza, in un “oscuro inizio di tutte le cose” che sembra ricollegarsi, sei versi più indietro, all’immagine simile di un “grembo di tenebra” dal quale proveniva un “sé caduto”. Questa tenebra primordiale da cui tutto sembra uscire non è tuttavia la vera origine delle cose; l’unica vera origine di tutto è sempre la Coscienza totale o “indivisa”, aditi, che solo in seguito alla caduta nell’Incoscienza dà luogo a diti, la coscienza “divisa”, che nei Veda è chiamata la “madre dell’Ignoranza”.

La Supercoscienza suprema, nella sua caduta o meglio nel suo movimento discendente di involuzione, sembra immergersi e sparire in quell’assoluto Noncosciente che, come dice Sri Aurobindo, è la sua “riproduzione inversa”. Diti è allora l’Ignoranza che emerge, che si desta dal Noncosciente, come diverrà chiaro un poco più avanti; da questo punto di vista, il manifestarsi dell’Ignoranza appare come il primo passo sulla via dell’evoluzione.

Nel suo emergere l’Ignoranza crea due poli complementari, uno individuale e l’altro universale: da un lato abbiamo (versi VI, X) il risvegliarsi di un sé caduto che comincia, come a tentoni, a percepire qualcosa “all’esterno”, quasi a cercare una totalità perduta; dall’altro lato, come vedremo nei versi XVII-XXII, abbiamo una Forza insciente e automatica che, mossa nel suo dormiveglia da una Presenza segreta che la guida, crea un immenso universo oggettivo “con l’accuratezza e la perfezione di una conoscenza intrinseca”. Si produce così la piena potenzialità del dualismo di soggetto e oggetto.

Quelli che la nostra mente considera come i due termini fissi e immutabili dell’esistenza, — un individuo cosciente e un universo esterno non cosciente o solo semicosciente, — sono, quindi, le due fondamentali creazioni dell’Ignoranza, il frutto di diti giunto a maturazione. Si tratta di una manifestazione illusoria, māyā, che crea un ciclo di esistenza dualistica apparentemente senza via d’uscita, saṃsāra, ma non per questo è una manifestazione priva di ogni realtà o irrimediabilmente falsa, poiché non potrebbe esistere senza la Realtà soggiacente che rimane indivisa e intatta; in questa luce, può essere vista in effetti come un gradino o un passaggio nel cammino dell’evoluzione. Per il sé individuale tuttavia, finché dura l’Ignoranza, il mondo e la sua catena di vita mortale e rinascita sono destinati a rimanere un “mistero insolubile” (verso XIII).


XVII

A mute featureless semblance of the Unknown

[ə mjuːt ˈfiːtʃələs ˈsembləns  əv ði ˌʌnˈnəʊn]

A mute: Una muta | featureless: priva di segni caratteristici; anonima | semblance: sembianza, ombra, apparenza, parvenza; | of the Unknown: dell’Ignoto |

Quella che qui viene chiamata una “sembianza dell’Ignoto” è un ente che governa e guida segretamente la Natura, come si vedrà nel verso XX; questo lo identifica come il puruṣottama o spirito supremo nel suo aspetto di nirguņa brahman, il Brahman senza forma, privo di segni caratteristici. Si parla di una sua “sembianza” perché s’indovina o si riesce a concepire solo un indizio o un’ombra della sua presenza; ne vediamo l’effetto ma non possiamo vederlo in se stesso. Il Brahman senza forma è per definizione Unknown, Ignoto, perché non può mai essere “visto”: non può mai diventare l’oggetto di un soggetto.


XVIII

Repeating for ever the unconscious act,

[rɪˈpiːtɪŋ fər ˈevə  ði ʌnˈkɒnʃəs ækt,]

Repeating: Ripetendo | for ever: per sempre | the unconscious act: l’azione inconscia, |

Naturalmente il Brahman senza forma non agisce: si limita a dare il suo consenso silenzioso all’azione inconscia della Natura. Del resto, il prodursi di ogni “azione inconscia” è sempre l’effetto visibile di una coscienza sommersa. Tale azione ha un carattere automatico e ripetitivo sottolineato da for ever, “per sempre”; è come se quest’azione fosse coeva dell’Ignoranza e destinata a durare quanto questa, un’apparente eternità.


XIX

Prolonging for ever the unseeing will,

[prəˈlɒŋɪŋ fər ˈevə  ði ʌnˈsiːɪŋ wɪl,]

Prolonging: Prolungando | for ever: per sempre | the unseeing will: la volontà che non vede; la volontà inconsapevole, |

Dietro ogni azione o movimento c’è una volontà, un intento consapevole o inconsapevole: qui è la manifestazione nell’Ignoranza a essere “non vedente”, inconsapevole della volontà della Coscienza nascosta che tuttavia la muove. Queste cicliche ripetizioni di gesti e intenti inconsci sono la riproduzione inversa dei luminosi automatismi della Coscienza suprema.


XX

Cradled the cosmic drowse of ignorant Force

[ˈkreɪdl̩d ðə ˈkɒzmɪk draʊz  əv ˈɪɡnərənt fɔːs]

Cradled: Cullò | the cosmic drowse: il cosmico torpore | of ignorant Force: di Forza ignorante |

Questa Forza addormentata è prakṛti, l’aspetto di Natura meccanica e apparentemente insenziente della Shakti divina quando agisce “innanzi tutto come Energia e non come Coscienza” nel dormiveglia dell’Ignoranza. Il suo sonno è “cullato”, cradled; e il soggetto del verbo cullare è la “sembianza dell’Ignoto” del verso XVII, ovvero l’ombra del Brahman senza forma. Nell’immagine poetica, il Brahman “culla” il sonno cosmico della Prakriti facendo sì che in essa si effettuino inconsciamente, per riproduzione inversa, dinamismi divini: “una cieca esatta percezione, un’intelligenza automatica che elabora i propri concetti inespressi e non pensati, la certezza di una visione che vede senza vedere, di una sommersa, muta e infallibile sensazione che, pur sotto un rivestimento d’insensibilità, attua tutto ciò che dev’essere attuato”.


XXI

Whose moved creative slumber kindles the suns

[huːz muːvd kriːˈeɪtɪv ˈslʌmbə ˈkɪndl̩z ðə sʌnz]

Whose: il cui | moved: mosso, sospinto | creative slumber: dormiveglia creativo | kindles: attizza, accende | the suns: i soli. |

Quella Natura automatica, segretamente mossa e guidata, è in grado di manifestare nello spazio il prodigio del cosmo in tutta la sua meraviglia. Chiaramente, ciò che culla e muove il “cosmico torpore di Forza ignorante” che con miracolosa precisione crea tutto l’universo sensibile può essere solo una Coscienza, per quanto invisibile e ignota; non certo una non-coscienza. Questo universo è il frutto della separazione originaria e tuttavia la sua origine, così come quella della coscienza individuale che lo percepisce, è divina. Viene alla mente “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”, l’ultimo verso della Commedia di Dante; in quella terzina si parla proprio dell’integrazione tra dimensione individuale e dimensione universale, che è uno dei più elevati traguardi dello yoga:

ma già volgeva il mio disio e’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle
.

La chiave è nel verso di mezzo, sì come rota ch’igualmente è mossa, di cui sono state date interpretazioni differenti ma che in chiave spirituale può essere letto in un modo solo: “il mio desiderio e la mia volontà erano ormai mossi da quell’Amore che muove il sole e le altre stelle, proprio come una ruota viene direttamente mossa da un’altra ruota”. Con questi versi, praticamente, Dante ci ha comunicato l’essenza della sua personale realizzazione.


XXII

And carries our lives in its somnambulist whirl.

[ənd ˈkærɪz ˈaʊə laɪvz ɪn ɪts sɒmˈnæmbjʊlɪst wəːl.]

And carries: e porta | our lives: le nostre vite | in its: nel suo | somnambulist whirl: vortice sonnambulo. |

E qui, perduti nell’immenso sonnambulo vortice del cosmo, ci troviamo noi con le nostre vite. Perché Sri Aurobindo ce lo ricorda? Non per rammentarci la nostra piccolezza o impotenza, ma perché le realtà cosmiche sono intimamente connesse alla nostra esistenza: l’origine è la stessa, come abbiamo visto, e lo yoga è precisamente il movimento che può ricongiungere la nostra condizione individuale alla realtà universale, perché l’una è il riflesso dell’altra. Il torpore del cosmo si riflette nel torpore della nostra personale ignoranza, in cui nasciamo e viviamo come sonnambuli; e la coscienza nascosta che segretamente spinge la forza cieca della Natura universale ad “accendere i soli” è la stessa coscienza che nella nostra natura individuale può accendere l’intuizione e far sorgere i primi barlumi della conoscenza.

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Sarva mangalam!

M.M.