Sri Aurobindo su Sāvitrī

Quasi una introduzione dell’Autore

[Da questa lettera scritta in risposta alle osservazioni di K.D.Sethna, poeta indiano di lingua inglese e suo discepolo, apprendiamo che Sri Aurobindo aveva intenzione di scrivere una vera e propria introduzione a Sāvitrī , in vista della pubblicazione in forma definitiva del poema. Le circostanze evidentemente non lo permisero; questo, datato 1946, resta il suo singolo scritto più completo in tal senso.]

Quanto ai numerosi appunti contenuti nella vostra lettera, vi sono diverse cose da dire. Alcuni di essi portano in primo piano questioni tecniche relative alla poesia mistica, che contavo di esaminare in una introduzione a Sāvitrī , quando sarà pubblicato; niente comunque impedisce che possa dire qualcosa già adesso.

Rapide transizioni da un’immagine all’altra sono una caratteristica costante di Sāvitrī, così come di gran parte della poesia mistica. Qui non sto portando avanti una descrizione dell’aurora come un’immagine unica in continuo sviluppo, o attraverso variazioni di una stessa immagine. Descrivo invece una rapida serie di transizioni, offrendo immagini suggestive una dopo l’altra. Prima abbiamo la “calma nera” poi il “persistente tocco”, quindi la prima “bellezza e prodigio” che porta al cancello magico e al “pertugio di luce”. Viene poi l’oscurità che cede, dove la similitudine usata (“un manto che cade”) suggerisce la rapidità del cambiamento. Come risultato, quello che all’inizio era uno spiraglio diventa una breccia larga e luminosa; se desiderate essere logicamente coerente, potete considerare lo spiraglio come una scucitura nel mantello, che si lacera e s’allarga. Poi tutto si trasforma nel “breve segno eterno” cui seguono l’iridescenza, il bagliore e la magnifica aura. In una così rapida successione di immagini, non potete ancorarmi a un concatenamento logico delle transizioni, o a una monotonia di tipo classico. La musa mistica ha più la natura della baccante inebriata dal vino di Dioniso, che non quella di un’ordinata casalinga.

Poi, spero non vi aspettiate da me un’accurata descrizione scientifica della terra immersa per metà nell’oscurità e per metà nella luce, che rovinerebbe il mio simbolo impressionista; o dovrei forse riesumare la concezione della terra come superficie piatta e immobile? Non sto scrivendo un trattato scientifico, scelgo alcune idee e impressioni per dar forma al simbolo di una parziale e temporanea tenebra dell’anima e della natura che, per la percezione o sensazione soggettiva di chi, o che cosa, si trova in quella Notte, sembra universale ed eterna. Chi si trova inghiottito nella Notte non pensa che l’altra metà della terra è piena di luce; per lui tutto è notte e la terra è una viandante sperduta in un’immutabile oscurità. Se sacrificassi l’impressionismo dell’immagine e rinunciassi a rappresentare la terra roteante nello spazio tenebroso, allora potrei lasciar perdere anche il simbolo che, a quel punto, diventerebbe inutile. […]

Dovete prendere l’idea come un tutto, e in tutte le sue transizioni, senza fissarvi su un particolare con insistenza troppo letterale. In questo poema presento sempre, di volta in volta, vedute parziali della vita come se fossero il tutto, per offrire il pieno valore dell’esperienza di coloro che sono legati a quel punto di vista (ad esempio, la concezione e l’esperienza materialistica della vita); se poi sarò accusato di incoerenza filosofica, ebbene, significherà solo che comprendere la tecnica dell’interpretazione sovramentale della vita non è cosa così facile per tutti. […]
Vengo ora al passaggio che avete attaccato con grande veemenza, riguardo all’Ignoranza che si desta dall’Incosciente:

Then something in the inscrutable darkness stirred;
A nameless movement, an unthought Idea
Insistent, dissatisfied, without an aim
Something that wished but knew not how to be,
Teased the Inconscient to wake Ignorance.

Evidentemente pensate che ‘assillare’ qualcosa di così incorporeo e irreale come l’Incosciente sia di dubbio gusto poetico. Ma qui tocchiamo diverse questioni fondamentali. Innanzi tutto, è proprio necessario considerare parole quali Incosciente e Ignoranza come un gergo tecnico astratto? E se sí, perché allora non dovrebbero essere bandite allo stesso modo anche parole come conoscenza, coscienza e via dicendo? Si afferma che si tratta di termini filosofici astratti che non possono avere nessun significato concreto, che non possono rappresentare cose che si sentono e si percepiscono, nonostante ci si trovi spesso a combattere contro queste cose proprio come si farebbe con nemici visibili. L’Incosciente e l’Ignoranza possono essere visti come semplici vuote astrazioni e liquidati come gergo irrilevante solo quando non ci si è mai scontrati con essi, non ci si è mai immersi nella loro realtà buia e senza fondo. Per me queste sono cose reali, sono poteri concreti la cui resistenza è avvertibile ovunque e in ogni momento, in tutta la sua inerzia tremenda e senza confini.

Nello scrivere quel verso non avevo intenzione né d’insegnare filosofia né d’introdurre a forza un’idea metafisica, anche se un’idea metafisica può esservi implicitamente contenuta. Mi sono limitato a presentare un avvenimento che per me era in qualche modo sensibile e, per così dire, psicologicamente e spiritualmente concreto. L’Incosciente si ritrova con persistenza in tutti i Canti del Primo Libro di Sāvitrī. Ad esempio:

Opponent of that glory of escape,
The black Inconscient swung its dragon tail
Lashing a slumbrous Infinite by its force
Into the deep obscurities of form.

Anche qui è possibile leggere un’idea metafisica dietro, o dentro, la cosa vista. Ma questo basta a farne un gergo tecnico, o a rendere il tutto una mistura illegittima? Non è così per la mia sensibilità poetica. Voi però potreste obiettare: “È così per il lettore non mistico, che dovete soddisfare perché scrivete per il pubblico e non per voi stesso soltanto.” Ma se avessi dovuto scrivere per il lettore ordinario, non avrei neppure cominciato Sāvitrī. In effetti ho scritto per me stesso, e per tutti coloro che possono prestarsi al soggetto, alle immagini e alla tecnica della poesia mistica.

Qui sta la vera pietra d’inciampo, in modo particolare per questo tipo di poesia mistica. Per il mistico sono reali e presenti, persino continuamente presenti alla sua esperienza, intime al suo essere, verità che per il lettore ordinario sono solo astrazioni intellettuali o speculazioni metafisiche. Il mistico scrive di esperienze che sono estranee alla mentalità ordinaria, tanto da risultare per quest’ultima non intelligibili, o nelle quali essa si perde come in un oscuro abisso, sempre che non le prenda per fantasie poetiche espresse con immagini concepite dall’intelletto.

Così un critico del giornale Hindu condannò poesie come Nirvana Transformation. Disse che si trattava di semplici speculazioni e immagini intellettuali e che in esse non riscontrava alcun sentimento religioso e nessuna esperienza spirituale. Eppure Nirvana è la trascrizione fedelissima di una delle principali esperienze, per quanto può essere consentito da una lingua figlia della mente umana: la descrizione di una realizzazione nella quale la mente è del tutto silenziosa e dove nessuna concezione mentale può penetrare. Si è costretti ad usare parole e immagini per offrire alla mente qualche percezione, qualche rappresentazione di ciò che è di là dal pensiero. L’incomprensione del critico si scontrava in quel caso soprattutto con versi come:

Only the illimitable Permanent
is here.

che egli evidentemente considerava una specie di gergo tecnico o di filosofia astratta. Nulla del genere: io avevo sentito con soverchiante vividezza qualcosa d’illimitabile, o perlomeno qualcosa che non poteva essere descritto con nessun altro termine. Nessun’altra definizione se non “il Permanente” poteva essere data di Quello, che era rimasto l’unico ad esistere.

Per il mistico non esistono astrazioni. Tutto ciò che per la mente intellettuale è astratto, per lui possiede una concretezza, una sostanzialità che sono più reali della forma sensibile di qualsiasi oggetto o avvenimento sul piano fisico. Per me, ad esempio, la coscienza è la sostanza stessa dell’esistenza e posso sentirla ovunque, mentre avvolge e penetra tanto la pietra quanto l’uomo o l’animale. Un movimento, un flusso della coscienza, per me non è un’immagine bensì un fatto. Se scrivessi “la sua collera montava contro di me in ondate” per il lettore generico sarebbe una semplice immagine, non qualcosa che è stato da me vissuto come un’esperienza sensibile; eppure, sarebbe solo la descrizione esatta di qualcosa che una volta mi capitò veramente: un’ondata di collera, una percepibile e violenta corrente di collera che montava dal piano terra e mi veniva contro, mentre stavo seduto sulla veranda della Guest House. Quanto la cosa fosse reale mi fu confermato più tardi dalla persona stessa che aveva avuto il moto d’ira. Questo è solo un esempio, ma tutto quello che c’è di spirituale e psicologico in Sāvitrī è dello stesso genere. Che cosa si dovrebbe fare in simili circostanze? Il poeta mistico può solo descrivere quello che sente o vede in se stesso o negli altri o nel mondo, esattamente come sente, vede o sperimenta tali cose attraverso la visione esatta, il contatto intimo o l’identità, e lasciare che il lettore comune capisca, non capisca, o equivochi secondo la sua capacità. Un nuovo tipo di poesia richiede una mentalità nuova tanto nello scrittore quanto nel fruitore.

Un’altra questione riguarda il posto della filosofia nella poesia, o meglio se la filosofia debba trovar posto o no nella poesia. Alcuni romantici sembrano convinti che il poeta non abbia alcun diritto di pensare, ma debba solo vedere e sentire. Da più parti sono stato accusato di pensare troppo; è stato detto che quando cerco di scrivere in versi, il pensiero s’intromette e scaccia la poesia. Io sostengo, al contrario, che la filosofia ha il suo posto e può perfino assumere un ruolo dominante in poesia, insieme alle esperienze psicologiche,—come vediamo ad esempio nella [Bhagavad] Gita. Tutto dipende da come la cosa viene fatta, se si tratta di una filosofia arida o di filosofia vivente, di un arido enunciato intellettuale o dell’espressione di una verità vivente del pensiero e anche di qualcosa della sua bellezza, della sua luce e del suo potere.

La teoria che sconsiglia al poeta di pensare, o perlomeno di pensare in modo fine a se stesso, deriva da un temperamente romanticheggiante all’estremo e culmina nella domanda del surrealista: “Perché mai la poesia dovrebbe voler dire qualcosa?” Oppure nell’esaltazione fatta da Housman della poesia pura, che egli paradossalmente descrive come una sorta di sublime assurdità niente affatto indirizzata all’intelligenza mentale, ma solo al plesso solare, tesa a risvegliare una risposta o sensazione vitale e fisica più che intellettuale.

A parte questi punti di vista estremi, l’obiezione nasce in realtà da una vivezza d’intensità dell’immaginazione e delle sensazioni, che tiene in poco conto la visione positiva e le sequenze logiche con cui la mente contempla le cose; il centro o i centri che cerca di risvegliare non sono la mente cerebrale, e neppure l’intelligenza poetica, bensì il fisico sottile, il centro nervoso, vitale, oppure quello psichico. Blake non è certo un esempio dell’assurdo, pur essendo spesso privo di un significato positivo o esatto per l’intelletto o la mente di superficie. Esprime cose vere e reali, che non sono assurde ma hanno un senso più profondo, avvertibile in modo potente, con un gran fremito di certe emozioni interiori; ma qualunque tentativo di darne una definizione intellettuale esatta le sterilizza di ogni contenuto e ne compromette il fascino.

Non è questo il metodo di SāvitrīSāvitrī mira a un’espressione forte, immediata e chiara della realtà spirituale. Se non viene compresa, è perché le verità che esprime sono inusuali per la mente ordinaria o appartengono a un dominio o a domini inesplorati, o entrano in campi d’esperienza occulta; mai perché si tenti di ottenere un effetto di profondità oscura e vaga, per sfuggire all’analisi del pensiero. Il pensiero [in Sāvitrī ] non è intellettuale ma intuitivo, o più che intuitivo, ed esprime sempre una visione, un contatto o una conoscenza spirituali ottenuti entrando nell’oggetto stesso, per identità.

[….] Sāvitrī usa il linguaggio, qualunque esso sia, e i termini, quali che siano, necessari a trasmettere questa verità di visione e d’esperienza, senza remore e senza ammettere la benché minima regola mentale di ciò che è o non è “poetico”; Sāvitrī non esita a usare termini che possono essere considerati tecnici, se utili ad esprimere qualcosa di diretto, vivido e potente. Per far questo non c’è nessun bisogno di introdurre un gergo tecnico, vale a dire un linguaggio speciale o artificiale, che esprimerebbe allora solo idee astratte e generiche prive di ogni verità o realtà vivente. Linguaggi del genere non possono fare buona letteratura, tanto meno buona poesia.

Esiste tuttavia un “poeticismo” che vorrebbe stabilire una specie di cordone sanitario intorno a parole ed idee che esso considera prosastiche; ma tali parole, usate nel modo appropriato, possono rendere la poesia più forte ed espanderne il raggio d’azione. E’ una limitazione, questa, che non mi sembra giustificata. Mi dilungo su questi punti per via di certe critiche mosse da alcuni recensori e da altre persone (anche di grande competenza) in cui si suggeriva, o si affermava pianamente, che nella mia poesia ci sarebbe troppo pensiero e che io sarei da considerare più un filosofo che un poeta. Eccomi quindi costretto a difendere il diritto del poeta a pensare, oltre che a vedere e sentire; il suo diritto di “osar filosofare”.

Sono d’accordo con i moderni nella loro rivolta contro l’insistenza dei romantici sull’emozione, contro l’obiezione di questi ogni pensiero e riflessione filosofica in poesia. Ma i modernisti, ora, si stanno spingendo troppo lontano. Nella loro rivolta contro quello che potremmo chiamare poeticismo, hanno cessato d’essere poetici; volendo sfuggire lo scrivere retorico, la pretesa retorica di bellezza e grandezza dello stile, hanno gettato via l’autentica bellezza e grandezza poetica. Voltando le spalle a uno stile troppo deliberatamente poetico, sono caduti in uno stile colloquiale, giungendo a scrivere in modo del tutto piatto; soprattutto, hanno voltato le spalle al ritmo poetico per andare a finire nella prosa, o in una mezza prosa, o in una totale assenza di ritmo.

[….] Vorrei ora parlare della legge che proibisce le ripetizioni. E’ una regola mirante a una certa eleganza intellettuale, in risposta a un’esigenza che si fa sentire quando l’intelligenza poetica e il bisogno di un gusto classico e raffinato diventano predominanti. Questo approccio considera la poesia come una forma d’intrattenimento e diletto per le menti più coltivate; è interessante per una certa arte impeccabile della parola, un’inventiva ingegnosa e costante, una inestinguibile vena di novità nelle idee, nelle trame, nelle parole e nelle frasi. Un tratto di quest’arte è l’eleganza e la varietà delle forme esteriori, che non viene mai meno.

Ma non tutta la poesia può essere ricondotta a questo stile. Le sue regole non si applicano a poeti come Omero o Valmiki o ad altri scrittori del passato. I Veda potrebbero essere descritti quasi come un ammasso di ripetizioni; così le opere dei poeti vaishnava e tutta la poesia devozionale indiana in genere. Arnold, parlando di Omero, ebbe modo di notare questa eccezione: in particolare disse che, nel modo omerico di scrivere, non c’era nulla da obiettare alla ripetizione ravvicinata delle parole. In molti casi sembra che Omero si compiaccia nel ripetersi; ha descrizioni che sempre ritornano, epiteti reiterati, persino interi versi che vengono ripetuti uguali man mano che avvenimenti dello stesso tipo ricorrono nella narrazione. Si veda ad esempio,

Con un tonfo egli cadde e su lui risuonarono l’armi.

Omero non esita neppure a ripetere versi uguali con una semplice variazione alla fine… Altrove comincia un verso con la stessa parola, e descrive un movimento umano fisico o psicologico in modo simile in una scena della natura, come nel caso del silenzioso dolore di un uomo che ascolta il rimbombo dell’oceano:

Misurava in silenzio la riva del mare sonante.

Nemmeno nella poesia mistica si può obiettare alle ripetizioni; molti poeti vi ricorrono, a volte in modo insistente. Potrei citare come esempio la ripetizione costante della parola ritam, la verità, anche otto o nove volte in una breve poesia di otto o dieci stanze, e sovente nello stesso verso. Lungi dall’indebolire la poesia, queste ripetizioni le conferiscono un potere e una bellezza singolari. La ripetizione di idee chiave, di immagini e simboli chiave, di parole e frasi chiave, epiteti e a volte emistichi o versi chiave è una caratteristica riscontrabile di frequente.

Queste ripetizioni creano un’atmosfera, danno una struttura significativa, una sorta di cornice psicologica, un’architettura. Lo scopo, qui, non è quello di intrattenere; si tratta dell’autoespressione di una verità interiore, una visione di cose e idee insolite per la mente comune, l’esternarsi di un’esperienza interiore. Il poeta ricerca il vero più che il nuovo. Egli può usare avritti, la ripetizione, come uno dei mezzi più potenti a sua disposizione per trasmettere ciò che ha pensato e visto e fissarlo nella mente in un’atmosfera di luce e di bellezza. In Sàvitrī ho usato largamente questo tipo di ripetizione. Lo scopo in questo caso non è solo di presentare una verità nascosta nella sua vera forma e visione, ma di comunicarla con efficacia trovando la giusta parola, la giusta frase, il mot juste, la vera immagine o il vero simbolo, la parola, se possibile, inevitabile. Se queste cose sono presenti nient’altro ha importanza, nemmeno le ripetizioni.

Questa è la naturale conclusione quando la ripetizione è voluta e serve a uno scopo, ma può rimanere valida anche in quei casi in cui la ripetizione non è deliberata e si produce nel flusso dell’ispirazione. Non vedo alcun problema nel ricorrere di immagini uguali o simili come il mare o l’oceano, il cielo o il paradiso in passaggi di una certa lunghezza; purché rappresentino la cosa giusta, ciascuna al “suo” posto. Lo stesso criterio si applica alle parole, agli epiteti, alle idee.

Solo quando la ripetizione è maldestra, o esitante, o quando diventa un fardello assillante e dispensabile, quando non ha potere espressivo ed è riducibile a un’eco sgradevole e insignificante — allora deve essere respinta. Posso dire che non c’è nessuna delle vostre obiezioni che non mi fosse venuta alla mente come possibile da parte di un certo tipo di critica, nel momento stesso in cui scrivevo o mentre rileggevo quanto avevo scritto; ma le avevo messe da parte come inapplicabili, o irrilevanti per il tipo di poesia che stavo scrivendo.

1946