Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī — VII



21 febbraio 2016

Questo è il settimo di una serie di articoli in cui vengono presi in esame i primi versi di Sāvitrī. Chi non avesse letto gli articoli precedenti può trovarli sotto il menu Weblog.

Abbiamo visto i primi nove versi del poema:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone
In her unlit temple of eternity,

Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

Almost one felt, opaque, impenetrable,
In the sombre symbol of her eyeless muse
The abysm of the unbodied Infinite;
A fathomless zero occupied the world.

Il paragrafo successivo è composto di sei versi:

A power of fallen boundless self awake
Between the first and the last Nothingness,
Recalling the tenebrous womb from which it came,
Turned from the insoluble mystery of birth
And the tardy process of mortality
And longed to reach its end in vacant Nought.

Riprendiamo il commento dal decimo verso:

X

A power of fallen boundless self awake

[ə ˈpaʊər əv ˈfɔːlən ˈ baʊndlɪs self əˈweɪk]

A power: un potere, o una potenza | of: di | fallen: caduto | boundless: illimitato, senza confini |  self: sé | awake: desto |

In questo paragrafo si descrive la relazione tra il sé e la sua apparente negazione, il nulla o la non-esistenza. Commentando il verso VI abbiamo accennato all’origine della coscienza separata e ignorante, e qui si spiega esattamente questo. Anche nella non-coscienza si trova la potenzialità (power) del sé infinito e libero (boundless self), ma questo sé è “caduto”,  fallen.

Caduto dove? Si potrebbe dire esattamente qui, dove ci troviamo… La caduta del Sé dall’unità originaria produce una condizione che conosciamo bene, quella della coscienza dualistica, di un soggetto che si sente separato da tutto il resto, che percepisce un mondo di oggetti completamente esterno a sé.


XI

Between the first and the last Nothingness,

[bɪˈtwiːn ðə ˈfəːst  ənd ðə lɑːst ˈnʌθɪŋnəs,]

Between: Tra | the first: il primo | and the last: e l’ultimo | Nothingness: Nulla, Nihil, Non-esistenza, |

The first Nothingness, il “primo Non-essere”, è il risultato iniziale della caduta dall’unità originaria. The last Nothingness, il Non-essere ultimo, è l’assoluto incondizionato di fronte al quale ogni coscienza separata sembra poter soltanto dissolversi. Sri Aurobindo pone queste due non-esistenze ai due poli estremi dell’essere: tra questi due confini, uno “in basso” e uno “in alto”, sorge tutta la manifestazione che conosciamo.


XII

Recalling the tenebrous womb from which it came,

[rɪˈkɔːlɪŋ ðə tenəbrəs  wuːm frəm wɪtʃ ɪt keɪm,]

Recalling: Ricordando | the tenebrous: il tenebroso, l’oscuro  | womb: utero, grembo | from which: dal quale | came: veniva, |

Questo tenebrous womb o “grembo di tenebra” è sempre il non-essere primitivo: solo da lì può avere inizio l’evoluzione nella quale si rivelerà progressivamente l’unità totalmente cosciente dell’esistenza. Ma il sé che si risveglia in quella Notte non può saperlo perché, pur avendo in sé la scintilla divina,  è nato dall’oscurità e solo di quella provenienza ha il ricordo (recalling.from which it came).


XIII

Turned from the insoluble mystery of birth

[tɜːnd frəm ði ɪnˈsɒljʊbl̩  ˈmɪstəri əv bɜːθ]

Turned from: volse le spalle a | the insoluble mystery: il mistero insolubile | of birth: della nascita |

La nascita, almeno nella percezione di questo sé, ha quindi il carattere di un “mistero insolubile”: ma a questo mistero il sé, avendo il dono innato della libertà, può scegliere di “volgere le spalle” (turn from). È senz’altro una scelta molto umanamente comprensibile: l’esistenza di un io ignorante nel mezzo di un universo “altro da sé” è in effetti una condizione in ultima analisi insostenibile, causa di una sofferenza apparentemente infinita.


XIV

And the tardy process of mortality

[ənd ðə ˈtɑːdi ˈprəʊses  əv mɔːˈtælɪti]

And the tardy: E il lentissimo, tardo | process: procedimento, metodo| of mortality: della mortalità, dell’esistenza mortale |

La parola process riferita a mortality, all’esistenza mortale, è un po’ la chiave del verso. Un processo ha sempre uno scopo: e qual è lo scopo della vita mortale? La vita mortale, e quindi la rinascita, sono un “processo”, un metodo, — teso, evidentemente, a un risultato o a un esito.  Questo tardy process of mortality altro non è che il “metodo” evolutivo.

La soluzione del mistero della nascita può essere infatti solo un processo di evoluzione che produca un cambiamento sostanziale della coscienza, della vita e del corpo. Tale prospettiva però può apparire troppo incerta e remota e il processo per arrivarvi troppo lento (tardy) e doloroso, dovendo passare attraverso un ciclo interminabile di morte e rinascita; tanto che il sé può decidere di volgervi le spalle e cercare semplicemente di evaderne.

L’esito o la meta dell’evoluzione, il divine Event che abbiamo visto nel verso II, è qualcosa di indecifrabile per questo sé che si desta nella tenebra: la nascita e la morte sono sentite come l’imposizione di un fato tirannico, arbitrario e incomprensibile, una prigione senza senso dalla quale si può solo cercare di evadere:


XV

And longed to reach its end in vacant Nought.

[ənd lɒŋd tə riːtʃ ɪts end  ɪn ˈveɪkənt ˈnɔːt.]

And longed: e bramò, anelò | to reach: a raggiungere | its end: la propria fine, la propria estinzione | in vacant: nel libero o vuoto, nel senso di “spazio libero” | Nought: Nulla, Zero, Nihil. |

Così, nato per una causa misteriosa e imperscrutabile da un grembo oscuro, precipitato in un’esistenza e coscienza limitate, con davanti un iter di morti e rinascite di cui non si vede né il senso né la fine (un processo che secondo la visione tradizionale non è altro che una trasmigrazione ciclica o saṃsāra), questo sé può sviluppare un ardente desiderio (longing) di rifuggire dalla manifestazione e proiettarsi nell’altro estremo della coscienza, in quello spazio libero (vacant) e infinito che il “Nulla ultimo” sembra offrirgli (anche se questo può equivalere, logicamente, alla sua stessa estinzione — its end). La parola Nought qui trasmette esattamente l’idea senza compromessi della completa cessazione.

L’aspirazione della coscienza separata verso il Nirvana, vista in questo modo, è un prodotto dell’ignoranza più che della conoscenza. Si noti come Sri Aurobindo, usando il verbo to long nell’ultimo verso di questo quarto paragrafo, riconosca comunque la forza di questo desiderio assoluto di liberazione del sé.

*

Abbiamo visto così, più o meno in profondità, i primi quindici versi. Ne restano circa venti per completare tutto il quadro iniziale di Sāvitrī.

Come sempre, chi desiderasse discutere i temi trattati, o approfondirli, oppure semplicemente lasciare un commento, può farlo inviando una e-mail qui.

Sarva mangalam!

M.M.