Struttura poetica

Sāvitrī è scritto in pentametri giambici (iambic pentameters), il verso piú usato da Shakespeare, Milton e da tutti i maggiori poeti inglesi. Si tratta di un verso di dieci sillabe in cui gli accenti, di norma, possono cadere sulla seconda, quarta, sesta ottava e ultima sillaba. Moltissime variazioni di ritmo sono tuttavia possibili, e può variare anche il numero totale delle sillabe.

Nei quasi 24000 versi di Sāvitrī tutte le possibili variazioni di ritmo e lunghezza vengono pienamente sfruttate. Sri Aurobindo resta quasi sempre fedele a questo classico metro, per quanto, come ebbe a dire in una lettera, ogniqualvolta l’ispirazione richiedeva di infrangere le regole della versificazione, “tanto peggio per queste ultime”. In Sāvitrī si incontrano quindi anche versi che non rientrano nelle variazioni previste del metro, pur avendo sempre un ritmo che s’inserisce senza sforzo nel contesto.

In inglese si usa, come si è visto, la terminologia classica della metrica greca e latina, anche se il valore delle sillabe qui è determinato prevalentemente dall’accento d’intensità comune alle lingue occidentali moderne, più che dalla quantità o lunghezza vocalica caratteristica delle lingue classiche (così come del sanscrito). C’è tuttavia da ricordare che Sri Aurobindo, il quale conosceva molto bene la poesia greca e latina in originale, sosteneva la possibilità di scrivere versi inglesi nei quali la quantità sillabica costituisse un elemento importante: nel suo saggio On Quantitative Metre dà una convincente esposizione del ruolo della quantità vocalica nell’inglese moderno. Nella lettura della sua poesia questo aspetto va quindi tenuto presente.

I primi tre versi del poema sono un esempio di pentametro giambico quasi perfettamente regolare, in cui le vocali accentate sono rafforzate da un elemento di quantità assai percepibile: si veda la sillaba lunghissima di hour e il naturale indugiare della voce su parole come huge e alone:

It wās | the hōur | befōre | the Gōds | awāke.
Acrōss | the pāth | of the | divīne | Evēnt
The hūge | forebō | ding mīnd | of Nīght, | alōne

In Sāvitrī , i versi sono sciolti (blank) cioè non sono collegati da rime: i versi sciolti non vanno confusi con i versi liberi, che oltre a essere privi di rime non rispettano nessuna struttura metrica particolare. Il pentametro inglese corrisponde all’endecasillabo italiano (che conta di norma una sillaba in piú per la caratteristica della nostra lingua di terminare quasi tutte le parole con una vocale); per quanto la terminologia sia diversa, la struttura del verso è molto simile.

L’endecasillabo si proporrebbe quindi come il verso italiano ideale per una versione poetica di Sāvitrī , e certamente è il verso d’elezione ovunque sia possibile. La natura piú polisillabica della lingua italiana rispetto all’inglese, tuttavia, spesso richiederebbe di spezzare l’unità del verso originale dividendolo in piú di un verso, e questo tradirebbe una delle caratteristiche principali di Sāvitrī , vale a dire la generale autosufficienza sintattica e semantica di ogni verso, che deve poter “stare in piedi” da solo. Sri Aurobindo attribuiva particolare importanza a tale caratteristica, come si può vedere dai seguenti passaggi tratti dalla sua corrispondenza:

Sāvitrī … è in versi sciolti senza enjambement (se non in modo sporadico); ogni verso è una cosa a sé stante che si unisce ad altri versi in paragrafi di due, tre, quattro o cinque righe (raramente una serie più lunga), nell’intento di afferrare qualcosa del movimento delle Upanishad o di Kalidasa…”

“La struttura del pentametro sciolto in Sāvitrī è di tipo particolare e differisce da quella usata comunemente nella poesia inglese. Fa a meno dell’enjambement o ne fa un uso solo sporadico, dove si vuole ottenere un effetto particolare; ogni verso deve essere abbastanza forte da reggersi da solo, mentre nello stesso tempo deve inserirsi armoniosamente nella frase o nel paragrafo, come pietra su pietra…. Deve esserci sì un flusso ma non una scorrevolezza troppo rilassata”.

Detto per inciso, l’enjambement (in italiano inarcatura o accavallamento) si ha quando non c’è corrispondenza tra la misura del verso e la struttura sintattica, cioè quando la fine del verso non corrisponde a una pausa sintattica forte; in altre parole, quando la frase iniziata in un verso si completa solo nel verso successivo, senza il quale resterebbe monca.

Nel rispetto di questa caratteristica fondamentale di Sāvitrī , una traduzione poetica italiana dovrà quindi far ricorso a un polimetro di endecasillabi e versi composti; i doppi settenari, soprattutto, unitamente a vari tipi di versi composti asimmetrici come senario o settenario più novenario, e via dicendo, usati nella poesia italiana per imitare i metri classici greci e latini. Di questi versi ci hanno lasciato ottimi esempi poeti come Chiabrera, Tolomei, Carducci e D’Annunzio.

Praticamente ogni altro aspetto della poetica di Savitri è trattato nella sezione Sri Aurobindo su Sāvitrī .