Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī — V



15 agosto 2015

Questo è il quinto di una serie di articoli in cui vengono presi in esame i primi versi di Sāvitrī. Inizialmente ci eravamo proposti di considerare i primi cinque, poi un lettore ci ha fatto notare che sarebbe stato meglio includere anche il settimo verso, perché vi era già stato fatto riferimento. E questo è vero. A questo punto, per completezza, sembra opportuno arrivare alla fine del paragrafo successivo, vale a dire al nono verso. (Chi non avesse letto gli articoli precedenti, può trovarli sotto il menu Weblog).

Ecco i primi nove versi di Sāvitrī:

1
It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone
In her unlit temple of eternity,
Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

6
Almost one felt, opaque, impenetrable,
In the sombre symbol of her eyeless muse
The abysm of the unbodied Infinite;
A fathomless zero occupied the world.

Siamo arrivati al quinto verso, che chiude il secondo paragrafo (considerando come primo paragrafo quello iniziale, anche se composto di un solo verso):

 

V

Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

[leɪ stretʃt ɪˈməʊbaɪl əˈpɒn ˈsaɪləns mɑːdʒ.]

Lay: Giaceva | stretched: distesa, allungata | immobile: immobile | upon: sopra | Silence’: del Silenzio (genitivo) | marge: margine, bordo. |

La parola chiave qui è marge, un termine arcaico di derivazione francese che significa appunto “margine” o “bordo”. Nell’immagine poetica di un’alba imminente, marge si riferisce all’orizzonte che la mind of Night, simbolo dell’Ignoranza universale, ricopre in tutta la sua estensione (lay stretched…. upon) sbarrando il passo all’Aurora, simbolo della manifestazione della coscienza di Verità. Nella pronuncia (mɑːdʒ) la vocale è naturalmente lunga e va a spegnersi dolcemente, come un’eco, nella morbida consonante finale.

Si può notare come questo Silence’ marge introduca un ulteriore elemento nell’immagine che è stata delineata a partire dal secondo verso: il sentiero della Verità è sbarrato dall’Ignoranza separatrice che ricopre e nasconde l’unità originaria, ma questo non è tutto. Il quadro viene completato alludendo a Quello che regge tutto il gioco cosmico o līlā: l’iniziale maiuscola ci indica che il Silenzio di cui si parla non è solo la quiete di un orizzonte muto, ma l’eco dell’Ineffabile, di ciò che non può essere definito con le parole.

Ma perché proprio il “margine” del Silenzio? Parlare di un bordo o margine è certamente compatibile con l’immagine poetica, ma resta da capire il motivo dell’uso di un termine così particolare. Come abbiamo visto a più riprese, porsi queste domande è fondamentale per una miglior comprensione di Sāvitrī; Sri Aurobindo stesso, scrivendo ad Amal Kiran nel 1946, disse chiaramente che si aspettava una “vigile attenzione” (alertness) da parte del lettore: “…how without it can he grasp the subtleties of a mystical and symbolic poem?” (“…come potrebbe altrimenti afferrare le sottigliezze di un poema mistico e simbolico?”). Nessuna parola in Sāvitrī è mai casuale, o scelta solo per il suo suono, o dettata soltanto dalla metrica: tutto serve a trasmettere un senso preciso, che non sarebbe ottenibile altrimenti.

E in effetti l’uso di marge ci conduce a vedere un aspetto che altrimenti ci sfuggirebbe: l’Ignoranza separatrice, per quanto sembri avvolgere l’intero universo, non copre che un “margine”, un lembo dell’Infinito. La Notte, che sembra sbarrare il passo alla Luce, giace in realtà ai piedi di una inconcepibile Presenza che la sovrasta. Il Silenzio evoca l’immanente e trascendente a un tempo, la Realtà ultima di cui Sri Aurobindo parla nel suo magistrale commento alla Isha Upanishad: oltre ogni dualità, con e senza “segni” (saguņa e nirguņa), immutabile oltre il tempo e lo spazio e tuttavia presente nel tempo e nello spazio, regge senza sforzo ogni cosa — e naturalmente supera tutti questi tentativi di definizione.

Con questa evocazione dell’Ineffabile si conclude l’enunciato di apertura, lasciando nel lettore un senso di muta e immobile attesa. La nostra coscienza viene indirizzata all’interno, in quello stesso Silenzio che si trova anche al centro del nostro essere.

*

Nel prossimo articolo esamineremo il terzo paragrafo. Come sempre, chiunque desideri approfondire o discutere i temi trattati è benvenuto a inviarci le sue osservazioni o domande, scrivendoci qui.

Sarva mangalam!

M.M.