Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī — IV

 

24 aprile 2015

Questo è il quarto di una serie di articoli in cui vengono presi in esame, uno alla volta, i primi cinque versi di Sāvitrī:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone
In her unlit temple of eternity,
Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

Si consiglia di leggere anche i primi tre articoli, pubblicati il 10 settembre e il 24 novembre 2014, e il 21 febbraio 2015; tutti sono accessibili dal menu Weblog.

Nel quarto verso,


IV

In her unlit temple of eternity,

[ɪn hər ʌnˈlɪt ˈtempl̩ əv ɪˈtəːnɪti,]

In her: nel suo (al femminile) | unlit: senza luce, buio, mai acceso | temple: tempio | of eternity,: “d’eternità”, ma anche “dall’eternità” |

troviamo altre parole che meritano di essere considerate con attenzione. Notiamo di passaggio il pronome possessivo her, riferito alla mind of Night del verso precedente: è un pronome di terza persona femminile, tipicamente associato alla Notte nell’uso poetico.

L’analisi vera e propria del quarto verso comincia dall’aggettivo unlit, che letteralmente significa “non acceso” o “non illuminato”. Per dire che un luogo è buio esistono molti modi; forse il motivo dell’uso di unlit in questo contesto è che, a differenza di altri aggettivi simili, può essere investito di un’accezione particolare. Se, per esempio, diciamo an unlit candle probabilmente non intendiamo solo una candela spenta, ma piuttosto una candela che non è mai stata accesa. Passando da ciò che è “acceso” a ciò che è “illuminato”, un unlit temple può essere sia un tempio del tutto privo di luci, sia uno in cui non è mai stata accesa alcuna luce. Nel nostro caso, leggendo l’intera frase in her unlit temple of eternity riceviamo nettamente l’impressione di un luogo o di uno spazio che dall’eternità (vale a dire dall’inizio dei tempi) non è mai stato toccato dalla luce, e solo l’aggettivo unlit può darci questo significato; questo è il primo punto che dobbiamo notare.

Venendo al sostantivo, sarà poi inevitabile farsi un’altra domanda: perché si parla di un tempio? Questa mente della Notte è forse una specie di divinità che dimora in eterno nel proprio tempio, buio o illuminato che sia? Perché no, si potrebbe dire: il “tempio” può essere un’immagine poetica, che in quanto tale è valida come un’altra. In effetti una certa poesia moderna ci ha abituati a fricassee di immagini e parole in stile astratto (l’impressionismo è un’altra cosa), ma con Sri Aurobindo nessuna parola è mai arbitraria o casuale, nemmeno — o tantomeno — in poesia. Si può star certi che esiste sempre un senso coerente dietro le sue ispirate scelte lessicali, e strati di lettura che attendono di essere scoperti.

Per poter apprezzare appieno il significato di “tempio” dobbiamo risalire al latino templum, parola che significava uno spazio circoscritto (gr. τέμενος o “recinto sacro”). Originariamente però non si riferiva a uno spazio delimitato sulla terra, bensì nel cielo: il templum era in effetti uno spazio di cielo in cui si osservavano fenomeni come il volo degli uccelli, per l’uso della divinazione. Questo, si badi, è il significato primo e originario della parola, che per traslato è poi venuta a significare il luogo dove gli indovini o auguri operavano, e infine per estensione qualunque spazio sacro o edificio di culto come l’intendiamo oggi.

Ma come veniva circoscritto questo templum nel cielo? L’augure usava uno strumento particolare, un bastone chiamato lìtuo, curvato in cima secondo misure precise (simile al pastorale che ancora oggi contraddistingue i vescovi cattolici), e lo poneva tra sé e il cielo, delimitando in questo modo una sorta di finestra visiva. In tale templum, o spazio sacro nel cielo, egli distingueva zone faste o nefaste (fas o nefas) e, a seconda di come vi volavano gli uccelli (o anche di come vi avevano luogo fenomeni quali folgori, lampi o tuoni), formulava i responsi. La parola “contemplare” (con-templum) viene proprio dall’atteggiamento di chi osservava il templum: descriveva lo sguardo assorto degli auguri che fissavano il cielo attraverso il lìtuo.

Che rilevanza ha tutto questo per Sāvitrī? Una rilevanza decisiva perché Sri Aurobindo, da dotto della cultura classica quale era, conosceva bene il significato originario di temple legato alla contemplazione del cielo e alla divinazione, e la sua ispirazione poetica poteva attingere a quella vasta conoscenza in modo automatico, senza alcun bisogno di pensare. Noi lettori invece, se non vogliamo accontentarci di una comprensione superficiale, dobbiamo studiare ogni parola; ma ne vale la pena. Leggendo i versi in questa luce emerge finalmente il collegamento tra la foreboding mind of Night e quella che due versi più sotto verrà descritta come la “sua contemplazione senz’occhi” (her eyeless muse); una contemplazione cieca e cupa, che ha luogo in uno spazio o templum di tenebra che mai, dall’inizio dei tempi, ha conosciuto la luce: her unlit temple of eternity, appunto.

Nel prossimo articolo esamineremo il quinto verso.
Come sempre, chiunque desideri approfondire o discutere i temi trattati è benvenuto a inviarci le sue osservazioni e domande, cui potremo rispondere negli articoli successivi.

Sarva mangalam!

M.M.