Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī — III

 

21 febbraio 2015

Questo è il terzo di una serie di articoli in cui vengono presi in esame, uno alla volta, i primi cinque versi di Sāvitrī:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone
In her unlit temple of eternity,
Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

Si consiglia di leggere anche il primo e il secondo articolo, pubblicati rispettivamente il 10 settembre e il 24 novembre 2014, accessibili dal menu Weblog.

Nel terzo verso,

 

III

The huge foreboding mind of Night, alone

[ðə hjuːdʒ fɔːˈbəʊdɪŋ maɪnd  əv naɪt, əˈləʊn]

The huge: L’enorme | foreboding mind: mente presaga | of Night: della Notte, | alone: sola |

viene dichiarato l’ostacolo che chiude il passo all’aurora: the huge foreboding mind of Night. Il soggetto grammaticale è mind, per cui l’attenzione tende a concentrarsi su questa parola; ma va notato che mind è minuscolo, mentre Night è maiuscolo. Night è la Notte, che con l’iniziale maiuscola viene investita di un significato universale, diventando la rappresentante della noncoscienza (o la matrice dell’ignoranza). La parola mind resta difficile da interpretare nel contesto: conoscono bene questa difficoltà i traduttori che negli anni si sono cimentati con Sāvitrī, i quali hanno tentato di risolverla in diversi modi, passando dal letterale “mente” al filosofico “spirito”, fino a una recente e immaginifica “fronte”.

E va bene: ogni scelta può avere le sue giustificazioni. Ma traduzioni così differenti sembrano più i sintomi di un’incertezza di base nella comprensione, che non scelte particolarmente convinte o felici; e una tale incertezza può essere sciolta solo penetrando più a fondo il senso di questi versi, di cui vanno colti anche i precedenti letterari. Questi sono importanti perché possono dirci, per esempio, che foreboding mind richiama la praesaga mali mens di Virgilio, la famosa espressione che il poeta latino usa nell’Eneide per descrivere la premonizione del re Mezenzio.

Quest’associazione tra l’espressione latina e quella inglese non si basa solo su una coincidenza di significato, ma ha un riscontro storico e letterario preciso. Forse la più classica traduzione dell’Eneide in versi inglesi è quella di John Dryden (1631-1700), nella quale il poeta di Aldwinkle tradusse la praesaga mali mens di Virgilio con le stesse parole usate qui da Sri Aurobindo: foreboding mind. La sua traduzione fu poi adottata da quasi tutti i traduttori inglesi dell’Eneide, ed è difficile immaginare che un letterato come Sri Aurobindo, nello scrivere foreboding mind, non ne fosse consapevole.

Sarà allora interessante vedere come l’espressione latina è stata tradotta, nel tempo, in italiano; insieme al “cuor presago” o a “l’alma presaga” delle traduzioni più datate si troverà che la mens praesaga di Virgilio è stata tradotta nell’italiano contemporaneo più spesso come “mente presaga”. È la traduzione più semplice e probabilmente la più giusta, anche per il nostro contesto. Non solo ha il sostegno di precedenti letterari, ma anche la virtù di non portarci pericolosamente fuori dei confini lessicali dell’originale mind

Ha poi il conforto di un’altra considerazione, questa volta di carattere yoghico e non letterario o linguistico: la separazione dualistica tra soggetto e oggetto — la “madre dell’ignoranza” o diti dei Veda — diventa per così dire cristallizzata e solida nella coscienza che chiamiamo “mente”, caratterizzata dalla capacità di ricordare il passato e dall’interrogarsi riguardo al futuro, da cui nascono i pensieri ordinari; non a caso il significato radice di mind è “memoria” e foreboding denota un timore legato al futuro.

La mind of Night riferita alla dimensione individuale è quindi questa mente dualistica, cui si giustappone nella visione e nella terminologia di Sri Aurobindo la mente aperta alla luce supermentale e non più soggetta al dualismo dell’ignoranza, vale a dire quella mind of Light che è stata spiegata in The Supramental Manifestation upon Earth e che puntualmente si incontrerà più avanti anche in Sāvitrī.

Se questa interpretazione è quella più connessa con la dimensione della nostra coscienza individuale, esiste naturalmente anche un altro aspetto o un altro strato di lettura più universale. In tutti i suoi scritti Sri Aurobindo insiste su un principio per lui fondamentale: nel cuore stesso della non coscienza, o di ciò che ci appare come tale, è necessariamente contenuta o meglio involuta la piena potenzialità della coscienza. Se così non fosse, infatti, nessuna evoluzione sarebbe possibile; e del resto nessuna separazione dualistica potrebbe esistere se non ci fosse l’unità fondamentale a sorreggerla da dietro il velo. La Notte porta dunque sepolta nelle proprie profondità, fin dall’origine, la memoria (mind) della coscienza infinita, e con essa l’oscuro presagio (foreboding) dell’aurora che inevitabilmente segnerà la sua fine.

Nel prossimo articolo esamineremo il quarto verso.
Come sempre, chiunque desideri approfondire o discutere i temi trattati è benvenuto a inviarci le sue osservazioni e domande, di cui terremo conto negli articoli successivi.

Sarva mangalam!

M.M.