Leggenda e simbolo

Premessa

La generica traslitterazione “Savitri” usata da Sri Aurobindo, priva di segni diacritici, può rappresentare diverse parole e nomi sanscriti. Nella tradizione Hindu-Vedica:

Savitri, [सवित्रि] con tutte le vocali brevi (pronuncia “savitrí”), è un nome della divinità maschile del Sole.
Savitrī , [सवित्री] con la ī finale lunga (pronuncia “sàvitrii”), è il nome della divinità femminile del Sole (probabilmente antecedente a quella maschile).
Sāvitrī, [सावित्री] con la ā e la ī finale lunghe (pronuncia “sàavitrii”), significa “qualcuno o qualcosa (femminile) collegato alla divinità del Sole”. È anche un altro nome del mantra gāyatrī. Secondo la leggenda, a Savitri figlia di Ashwapati fu dato un nome in omaggio alla dea, quindi questo (come confermato anche da uno dei primi manoscritti dell’autore in cui le due vocali portano l’accento circonflesso) è da considerarsi il titolo corretto inteso da Sri Aurobindo.

Come si vede, gli accenti tonici cui siamo abituati sono diversi dai segni diacritici (ā, ī) che indicano piuttosto la quantità (lunghezza) delle vocali, e in sanscrito hanno una grande importanza per l’interpretazione corretta del significato.

Etimologia e significato dei nomi

Tutti questi nomi discendono dalla radice su [सु], “dare vita”. Etimologicamente Savitrī (femminile) significa dunque colei che dà la vita, la madre. Nei Veda, Savitri (maschile) è uno degli Aditya, gli dèi nati dalla dea-madre Aditi (“colei che è senza limiti”). E’ spesso identificato con Sūrya, il dio del Sole. E’ interessante notare che il sole prima del suo sorgere veniva chiamato Savitri, mentre dopo essere sorto era chiamato Sūrya (v. The Monier-Williams Sanskrit Dictionary, p. 1190). Simbolicamente Sàvitrī è quindi la Madre divina, discendente da un Sole che deve ancora sorgere.

Satyavan [सत्यवन्] significa colui che possiede, o che aspira a possedere, la Verità (satya). Ashwapati [अश्वपति], il padre di Sàvitri, è significativamente chiamato da Sri Aurobindo il “signore della vita”. Nei Veda il cavallo, ashwa, è il simbolo dell’energia vitale.

La leggenda di Savitri e Satyavan nel Mahabhàrata

La storia che serve da base al poema è narrata nel Mahabhàrata (Aranyak Parva, cap. 248). Ashwapati, re di Madra, non aveva eredi. Per avere figli si dedicò a molte austerità. Dopo diciotto anni la dea Sàvitrī, compiaciuta, apparve di fronte a lui presso il fuoco sacrificale e gli disse che il suo desiderio era stato esaudito da Brahma, il dio della creazione. Dal suo stesso essere, la dea gli avrebbe dato una figlia come sua grazia speciale.
Ashwapati ebbe cosí una figlia cui diede il nome della dea, Sàvitrī. La bambina aveva la grazia di Lakshmi, dea della bellezza, e un colore dorato della pelle — era in effetti piú simile a una figlia di dèi che a una progenie di mortali. Passarono gli anni e quando ella fu in età da marito, trovargliene uno si rivelò un’impresa difficile. Nessun principe osava chiedere la sua mano, essendo tutti intimiditi dall’intensità e splendore che emanavano dalla sua persona.

Suo padre le chiese allora di viaggiare per tutto il paese, in modo che potesse scegliere da sola. Dopo aver viaggiato per oltre due anni accompagnata da un anziano ministro e da una scorta, ella fece ritorno al palazzo proprio nel giorno in cui Narada, il divino veggente e cantore, si trovava là in visita. Sàvitri rivelò subito di aver scelto Satyavan, figlio del re Dyumatsena, che viveva esiliato in un eremo nella foresta poiché era diventato cieco e i suoi nemici ne avevano approfittato per detronizzarlo.

Il giovane principe Satyavan era coraggioso, intelligente, generoso e compassionevole. I genitori di Sàvitri approvarono quindi la sua scelta, ma Narada, che vedeva il futuro, li avvertì che Satyavan era destinato a morire da lí a un anno. Messa di fronte a questa terribile rivelazione, Sàvitri restò fedele alla sua decisione affermando che si sceglie una volta sola. I genitori, per quanto rattristati, alla fine dovettero cedere ed ella potè andare a vivere con Satyavan nella foresta.

Pur nella grande felicità di aver sposato l’uomo che amava, per Sàvitri era impossibile dimenticare la terribile profezia del saggio Narada. Man mano che l’anno passava si preparò sempre più al momento cruciale, e negli ultimi tre giorni rispettò un digiuno completo, senza muoversi dal luogo in cui stava.

Il mattino predestinato, Satyavan disse che sarebbe andato nella foresta a raccogliere legna per il fuoco sacrificale. Sàvitri insistette per accompagnarlo, non volendo che la morte lo cogliesse mentre erano lontani. Per evitare di rattristare anzitempo i genitori di Satyavan, disse di avere un grande desiderio di passeggiare nella foresta, ed essi acconsentirono; ma mentre si avviava con lo sposo, conscia della tragedia imminente, non aveva occhi per le bellezze della natura che la circondavano.

Raggiunto uno spiazzo che conosceva bene, Satyavan si mise al lavoro. Dopo poco, però, cominciò a lamentarsi di un acuto dolore alla testa. Sàvitri gli offrí il grembo per appoggiarvi il capo e riposare. Ben presto Satyavan si addormentò e, alzando lo sguardo, Sàvitri vide Yama, il dio della Morte, in piedi davanti a lei. Egli dichiarò di essere venuto a prendere la vita di Satyavan, e cosí fece senza indugio. Ma Savitri non si arrese e seguí lo spirito del suo sposo mentre, preso nel laccio della Morte e separato dal suo corpo fisico, veniva portato via.

Strada facendo impegnò Yama in una discussione. Yama fu colpito dalla virtú ch’ella dimostrò nel non facile dibattito e, compiaciuto, le concesse uno dopo l’altro diversi desideri, ultimo dei quali fu la vita di Satyavan stesso. Sàvitri potè così far ritorno all’eremo dopo aver trionfato sul destino avverso. Sempre secondo la leggenda del Mahabhàrata, in seguito Satyavan riconquistò il regno di suo padre e lo governò felicemente e a lungo insieme a Sàvitri.

Savitri di Sri Aurobindo

Nel poema di Sri Aurobindo la struttura della leggenda è sostanzialmente mantenuta, ma viene trasformata in un simbolo di grande bellezza e profondità spirituale. La semplice favola originale si arricchisce di dimensioni e scenari immensamente piú vasti. Abbiamo ad esempio tutto il Primo Canto del Libro I che, insieme a parti dei Canti III, IV e V dello stesso Libro contiene l’esperienza spirituale del poeta sull’origine dell’universo.

Completamente nuova è anche la visione del carattere di Ashwapati. La figura del re senza figli che pratica austerità per ottenere una discendenza è trasformata da Sri Aurobindo in un simbolo dell’anima umana che, discesa sulla terra da altezze divine, cerca di riconquistare la conoscenza del Sé e del mondo. Tutto il Libro II, Il libro del viaggiatore dei mondi, è la descrizione del viaggio di Ashwapati attraverso i piani di una complessa cosmogonia, che parte dalla Materia per arrivare a mondi di luce e conoscenza. Il Libro III parla dell’ingresso di Ashwapati nei piani sopra-cosmici della coscienza e il suo incontro a faccia a faccia con la Creatrice suprema, la Forza o Shakti divina.

Al termine del suo viaggio occulto-spirituale egli entra in quella che il poeta chiama la Dimora dello Spirito — dove Verità e Conoscenza, Potere e Coscienza, Gioia e divina Armonia sono i costituenti basilari. Ashwapati vuol far discendere quel mondo di verità sulla terra, cosí che una nuova creazione possa aver luogo, e la Coscienza-di-Verità possa manifestarsi. La Forza divina promette ad Ashwapati che questo infine si compirà, nonostante tutte le difficoltà e le opposizioni. Ma egli sente che, se la Madre divina stessa non s’incarnerà sulla terra, creare quaggiú un mondo di verità, una vita divina, sarebbe impossibile. Mossa a compassione, la Madre suprema assicura allora ad Ashwapati che una manifestazione umana della sua Grazia nascerà sulla terra.

Cosí, Sàvitri nasce in risposta all’intensa aspirazione di Ashwapati di creare una perfezione divina qui, sulla terra. Tutto il periodo di austerità di Ashwapati è trasformato dal poeta in un’epica ascesa dell’anima umana dall’incoscienza fino alle soglie del Supercosciente, dando al simbolo un significato cosmico. Anche Savitri non è piú solo una splendida principessa, ma la manifestazione della Madre divina che s’incarna nell’umanità per spartire con essa il fardello della sofferenza e dell’ignoranza e permetterle di ottenere la vittoria sulla sofferenza e sulla morte.

Il resto della storia — la sua crescita dall’infanzia all’età adulta, il suo viaggio alla ricerca del compagno della sua vita, l’incontro con Satyavan nell’eremo nella foresta, il suo ritorno alla reggia e l’incontro con i genitori e con Narada — è stato mantenuto intatto dal poeta con la differenza che Savitri, pur umana, è sempre consapevole della propria divinità. L’episodio della rivelazione del fato da parte di Narada viene innalzato a un nuovo culmine d’intensità spirituale, la cui prospettiva abbraccia il fine e il destino dell’esistenza umana nel cosmo.

Nella leggenda originale la conversazione che ha luogo tra Savitri e il dio della Morte è piuttosto convenzionale, e verte su temi etico-morali abbastanza scontati; nel poema di Sri Aurobindo, invece, Savitri è l’incarnazione della Grazia divina e rappresenta e difende non solo l’umanità ma il significato stesso dell’evoluzione della vita e della coscienza nell’universo. Yama, da parte sua, l’affronta con tutta la sottigliezza filosofica e l’apparenza di saggezza che l’Ignoranza può manifestare. Tutto il loro dibattito si svolge su un elevatissimo piano di ispirazione, punteggiato da vere e proprie rivelazioni.

Sri Aurobindo ha magistralmente trasfigurato una leggenda che era poco piú di una fiaba hindu in un poema epico dello spirito umano che travalica tutti i confini di razza, religione o cultura; un poema in cui vibrano per sempre, con la forza del mantra, la sua profonda conoscenza yoghica e la sovrana vastità della sua visione.