Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī – II

Lunedì 24 novembre 2014

[Nota: In seguito alle domande poste da un lettore l’articolo è stato rivisto il 27 marzo 2016, espandendone alcuni punti.]

Questo è il secondo di una serie di articoli in cui vengono presi in esame, uno alla volta, i primi cinque versi di Sāvitrī:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone
In her unlit temple of eternity,
Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

Chi non avesse letto (o volesse rileggere) il primo articolo, pubblicato il 10 settembre scorso, può trovarlo qui.

Veniamo all’analisi del secondo verso:

 

II

Across the path of the divine Event

[əˈkrɒs ðə pɑːθ  əv ðə dɪˈvaɪn ɪˈvent]

Across: Attraverso, nel senso di “a traverso” | the path: il sentiero, il percorso, la via | of the: del | divine: divino, altissimo, supremo | Event: Evento; ma, nell’accezione di outcome, Esito |

dove si nota un Event che in realtà non è facile definire, ma sulla cui importanza (sottolineata dall’iniziale maiuscola e dall’aggettivo divine) non possono esservi dubbi. Secondo i documenti pubblicati dagli archivisti dell’Ashram, questo verso fu scritto e inserito nella sua posizione dall’Autore nel 1936, dopo che i sei versi iniziali del poema erano rimasti praticamente intoccati per circa 15 anni; e fu un cambiamento significativo, radice di una serie di ulteriori modifiche che portarono gradualmente alla versione finale di questi primi versi, nel 1944.

Il cambiamento fu importante perché introdusse un aspetto di netta opposizione in un quadro narrativo (lo svilupparsi dell’aurora con il suo simbolismo dell’emersione della coscienza dalla noncoscienza) che fino a quel momento aveva contemplato sì una resistenza alla luce, ma non una così pervicace barriera di oscurità; stabiliva quindi un nuovo modo di vedere, che come ora sappiamo rifletteva il parallelo evolversi delle esperienze di Sri Aurobindo nel suo yoga.

L’oggetto dell’opposizione è the divine Event, dove l’articolo determinativo the indica qualcosa che il lettore dovrebbe conoscere o poter dedurre facilmente. Ora, quasi tutti i commentatori — compresi alcuni tra i più autorevoli — sembrano dare per scontato che questo divine Event sia il risveglio degli Dei menzionato nel verso precedente. Si tratta certamente di un’interpretazione legittima, si potrebbe dire quasi istintiva, vista la vicinanza delle parole; e tuttavia non è la sola possibile. Se infatti guardiamo una o due righe più sopra:

The Symbol Dawn

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event

e includiamo nella nostra lettura il titolo, vediamo che il divine Event del secondo verso può benissimo essere riferito direttamente a Dawn, l’Aurora. Non è un’interpretazione radicalmente diversa, e vale la pena di notare come tutti i commentatori, espandendo la loro interpretazione, arrivino poi inevitabilmente a parlare dell’Aurora e della Notte quale tema di questi versi, pur partendo dal risveglio degli Dei; un segno che la sostanza è quella e tutte le interpretazioni, alla fine, devono di necessità convergere.

Quest’Aurora nel titolo viene chiamata Simbolo (The Symbol Dawn). Di che simbolo si tratta? L’aurora è sempre il simbolo di un inizio, di una creazione; e una creazione tale da meritare l’aggettivo divine e l’iniziale maiuscola può essere solo, in termini aurobindiani, una tappa fondamentale nell’evoluzione della coscienza: la prossima Aurora evolutiva appunto, — o, in termini vedici, Usha che deve sorgere.

All’Aurora, come si dirà nel terzo verso, oppone la sua formidabile barriera la Notte. Nella visionaria concretezza che la contraddistingue, l’immagine evoca i simbolici inni dei Veda, e non a caso: proprio la chiave di lettura vedica, infatti, può permetterci di capire meglio questi versi iniziali di Sāvitrī, chiarendo perché si parli di un’Aurora e di un sentiero di questa (the path of the divine Event), nonché di un’immane foreboding mind of Night distesa attraverso quel sentiero.

Nel suo The Secret of the Veda Sri Aurobindo sottolinea come Usha, l’Aurora figlia del Cielo, sia colei che “segue fedelmente il sentiero della verità”, ŗtasya panthām anveti sādhu. Qual è questo sentiero? Il sentiero di verità dell’Aurora è la coscienza unitaria e indivisa rappresentata dal Sole che sorge, il cui nome nei Veda è sūrya savitri; attraverso quel sentiero è distesa l’immane barriera della coscienza separativa, chiamata nei Veda diti, la madre dell’ignoranza, e qui rappresentata dalla mind of Night. Servirebbe molto più spazio per espandere questo discorso nel modo dovuto; in questa sede basterà aggiungere che nei Veda, così come in Sāvitrī, ogni cosa descritta sul piano universale e simbolico trova una precisa corrispondenza nella coscienza dell’individuo, tanto che ogni simbolo universale, correttamente compreso, diventa un insegnamento yoghico e spirituale di immenso valore

*

La traduzione italiana di questo verso, a prima vista, potrebbe sembrare semplice e scontata, da farsi praticamente alla lettera (“Attraverso il sentiero dell’Evento divino”); ma non è veramente così. Qualcuno potrà preoccuparsi della potenziale ambiguità di “attraverso”, nel timore che possa essere inteso come “mediante”; ma il verbo sintatticamente collegato ad across è lay (passato di to lie o “giacere”) nel quinto verso, e “giacere attraverso” non ha davvero molte possibilità di fraintendimento. Si può certamente scrivere “a traverso” o “di traverso” per non dare adito al benché minimo dubbio, nemmeno per lo spazio di due righe; ma il problema non è questo.

La parola cui bisogna prestare attenzione, questa volta dal punto di vista del suo valore lessicale, è sempre Event, che sembra del tutto uguale all’italiano “evento” ma non lo è davvero. L’inglese infatti ha conservato il significato del latino evenire, cioè di qualcosa che “viene fuori” come risultato finale di un processo; i (buoni) dizionari di inglese riportano sempre per event anche il significato di outcome, cioè “esito” o “risultato”; mentre in italiano, per quanto strano possa sembrare per la lingua moderna che dovrebbe essere la più vicina al latino, il termine ha perduto questo significato. Oggi anche in inglese sta gradualmente cadendo in disuso; resta tuttavia dominante nell’avverbio eventually, che come si sa vuol dire “alla fine”, e non “eventualmente”.

Se questo è il significato inteso da Sri Aurobindo, la differenza non è trascurabile. Non si parla infatti tanto di un evento divino destinato ad aver luogo nel mondo, quanto di quello che potremmo chiamare il divino esito del mondo stesso, il suo compiersi evolutivo in una nuova creazione, di cui l’Aurora è il simbolo. Chi ha studiato Sri Aurobindo potrà riconoscere in questa chiave di lettura un segno distintivo di tutto il suo pensiero.

Ma quale può essere l’idea di un esito o di un compimento in un’evoluzione che, secondo lo stesso Sri Aurobindo, è potenzialmente infinita? L’esito divino di cui si parla è quello dell’evoluzione che, partita dalla totale tenebra della non coscienza, arriva al punto di superare l’emisfero inferiore dell’ignoranza e lì giunge alla sua palingenesi, alla possibilità di un nuovo inizio in quello che Sri Aurobindo chiamava l’emisfero superiore della coscienza. Mère ne ha parlato come di una “nuova creazione” in cui l’evoluzione esce dall’oscurità o dalla semioscurità che l’hanno condizionata fin dall’inizio per emergere definitivamente nella piena luce della coscienza di verità: un passaggio fondamentale insomma, che Sri Aurobindo considerava la prossima tappa dell’evoluzione e che corrisponde perfettamente all’immagine e al simbolo dell’Aurora.

Come sempre, chiunque desideri approfondire o discutere i temi trattati è benvenuto a inviarci le sue osservazioni e domande, cui potremo rispondere negli articoli successivi.

Nel prossimo articolo esamineremo il terzo verso.

Sarva mangalam!

M.M.