Una nuova analisi dei primi versi di Sāvitrī – I



Mercoledì 10 settembre 2014

Iniziamo oggi una serie di articoli nei quali esamineremo i primi versi di Sāvitrī, che naturalmente appartengono al Libro Primo del poema, intitolato The Book of Beginnings ovvero “Il libro dei primordi”, e al Primo Canto, The Symbol Dawn o “L’aurora simbolo”. I versi sono:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone
In her unlit temple of eternity,
Lay stretched immobile upon Silence’ marge.

Senza dubbio, questi sono tra i versi più conosciuti e commentati di Sāvitrī; eppure credo possano esserci ancora diversi aspetti da approfondire e chiarire, alcuni di carattere generale, altri legati ai problemi specifici della traduzione italiana. Di volta in volta, entrando nel merito dei vari aspetti, cercherò di offrire informazioni e spunti di riflessione obiettivi, tali da permettere a chi legge di trarre le proprie conclusioni. Per facilitare la lettura del verso nella lingua originale ho aggiunto tra parentesi quadre la trascrizione secondo l’alfabeto fonetico internazionale (IPA), seguita da una semplice traduzione letterale parola per parola.

Nel primo verso,

I

It was the hour before the Gods awake.

[ɪt wəz ði ˈaʊə  bɪˈfɔː ðə ɡɒdz əˈweɪk.]

It was: Era | the hour: l’ora | before: prima | the Gods: (che) gli Dei | awake: si destino. |

va notata la peculiare “discordanza” nei tempi dei due verbi (was… awake), una forma precisa e chiaramente intenzionale che indica qualcosa di ricorrente: c’è infatti un momento prima dell’alba, corrispondente circa alle quattro del mattino, che in India è chiamato brahma muhurta ovvero “l’ora degli dèi”. A quell’ora si aprono le porte dei templi e si svolge la puja del risveglio delle divinità. Si considera infatti che gli Dei si addormentino col calare del buio, lasciando il campo ai poteri dell’oscurità, e si risveglino prima del levar del sole per riprendere il governo del mondo.

Sri Aurobindo, mettendo il verbo awake al presente dopo il passato di was (e in ogni caso riferendosi a una “ora”), ci dice appunto che il risveglio si ripete ogni giorno. Di quale giorno in particolare si tratti sarà dichiarato nell’ultimo verso del Canto: è quello predestinato della morte di Satyavan, con un’enfasi sul momento narrativo presente (This was the day when Satyavan must die).

Ma c’è qualcosa nel verso che va oltre la dimensione della narrazione: è come se fossimo riportati a un’epoca immemorabile, anteriore alla nascita degli Dei, al loro primo destarsi nell’inizio del mondo. Inoltre, poiché il risveglio dei deva precede sempre l’alba, il verso ci fa anche presaghi di un’aurora che deve venire, quella che dà il titolo al canto e ne è il dichiarato tema simbolico. Abbiamo così tre strati di significato contenuti in questo primo verso di Sāvitrī, legati a presente, passato e futuro: come se ci fosse donata, anche se solo per un istante, la siddhi della “visione dei tre tempi” o trikāla dṛṣṭi – un barlume di quella coscienza che è oltre il tempo.

Dal punto di vista letterario il verso mostra un lessico estremamente semplice, composto con parole ordinarie, di uso quotidiano; come metro è un pentametro giambico, caratterizzato dalla sillaba lunghissima di hour (la parola si pronuncia come una sillaba sola), la cui eco si prolunga nella cesura che la segue. Forse proprio per la sua semplicità, oltre che per la sua posizione, è uno dei versi più difficili da tradurre dell’intero poema; questa difficoltà può forse spiegare perché la sua prima traduzione italiana, che data fin dagli anni ’70, sia rimasta sorprendentemente immutata in quasi tutte le traduzioni successive:

“Era l’ora che precede il risveglio degli Dei.”

Non c’è niente di sbagliato in questa traduzione, sia chiaro: se fosse prosa sarebbe perfettamente accettabile perché trasmette l’intero significato, che conserva il suo potere evocativo. Ma una traduzione italiana, se vuole chiamarsi poetica, non può solo riprodurre un significato: deve anche dargli un corpo di parole che abbiano un suono, un metro e un ritmo validi. Questa versione si accontenta di riflettere la luce dell’originale con parole che però difettano di armonia, ed è priva di una metrica e di un ritmo adeguati; si potrà anche recitarla con toni ispirati, ma non brillerà mai di luce propria.

Perché? Detto brevemente, manca di armonia perché quel “che precede” diventa verboso in un verso che è già lungo e appesantito dai due “gli” di “risveglio degli“, che formano un’allitterazione indesiderata; ha una metrica inadeguata perché si tratta di un doppio ottonario, mentre ci vorrebbe un metro epico; e ha un ritmo piatto, perché i due ottonari sono uguali e si risolvono in quattro quadrisillabi messi in fila.

Espandendo un poco l’analisi, va detto che l’ottonario è un verso di otto sillabe usato originariamente sia nella poesia romanza, sia dai rimatori siciliani; ma questi usi si rifacevano a modelli che avevano le loro radici in lingue diverse dalla nostra, e quella primitiva veste lirica ed epica dell’ottonario non ha avuto nessun seguito nello sviluppo della lingua italiana, nella quale raramente questo metro ha poi trovato applicazioni diverse dalle canzoni a ballo o dai canti del carnevale fiorentino, che ne hanno delimitato in modo marcato il territorio poetico.

Come mai? La causa di questo destino dell’ottonario è da ricercarsi nel fatto che è un parisillabo. I versi parisillabi, diceva Dante, inducono ritmi “grossi” nella nostra lingua: “parisillaba vero propter sui ruditatem non utimur nisi raro” (De Vulgari Eloquentia, II V 7). Sono parole che non lasciano molto spazio alle interpretazioni: “invero, a causa della loro rozzezza, non usiamo versi parisillabi se non di rado”. Questo discorso riguarda l’italiano, beninteso: non vale per altre lingue.

Dante fu coerente con il suo giudizio e non usò praticamente mai versi parisillabi, e poco li hanno usati i maggiori poeti italiani, almeno nelle loro opere principali: hanno sempre, giustamente, privilegiato l’endecasillabo e altri versi imparisillabi, come il settenario. In effetti è facile verificare con le proprie orecchie che un verso come l’ottonario tende a creare ritmi che si possono definire scontati e prevedibili: la ruditatem di cui parlava Dante. Nel nostro caso, poi, i due ottonari hanno anche una struttura metrica speculare, con gli accenti su terza e settima, che forma due coppie di quadrisillabi uguali (E-ra-l’ò-ra | che-pre-cé-de || il-ri-svè-glio | de-gli-Dèi), rendendo il ritmo del verso piatto e ripetitivo. In una versione poetica di Sāvitrī questa assomiglia molto a una proverbiale partenza “con il piede sbagliato” (o forse dovremmo dire con i “piedi” sbagliati, parlando di prosodia); e stupisce che quasi nessuno abbia cercato di trovare un incipit migliore.

Dico “quasi” perché so di almeno un traduttore che non si rassegnava all’idea di usare questo doppio ottonario: ho già parlato di lui tempo fa, era Bruno Petris. Cercava in ogni modo di “comprimerlo” in un doppio settenario: era arrivato a usare il presente storico e un trattino pur di togliere due sillabe. La sua traduzione (che non è mai andata oltre lo stato di bozza) era: “È l’ora che precede – risveglio degli Dei.” Il tentativo non poteva dirsi riuscito, e ricordo che lui stesso si riprometteva di lavorarci sopra e migliorarlo. Penso che sbagliasse nel voler partire comunque dalla base della traduzione esistente, invece di ripartire da zero; ma eravamo d’accordo sul fatto che non si poteva tradurre il primo verso di Sāvitrī con un doppio parisillabo. Ci voleva, e ci vuole, altro.

Con questo non voglio certo dire che non si possano usare versi parisillabi nel tradurre Sāvitrī in italiano; hanno le loro applicazioni perché le circostanze di un grande poema epico sono tante, complesse e variabili; ma per le ragioni viste sopra penso sia meglio non usarli troppo, e senz’altro non di norma. Parlo per me, naturalmente: ciascuno è libero.

Mi sono dilungato sugli aspetti metrici (che alcuni considerano meri espedienti tecnici) perché credo che in realtà la metrica contenga una conoscenza antica e profonda della natura del suono e della parola. Spero che anche chi non ha familiarità con tali aspetti possa trovare in queste note uno stimolo per avvicinarvisi: assimilarne le nozioni e i termini di base non prende molto tempo e fornisce una chiave di lettura fondamentale della poesia, permettendo poi di andare a esplorare con maggiore cognizione di causa quell’unione di suono, ritmo e significato che, insieme a un elemento più sottile destinato a rimanere ineffabile, può produrre la poesia mantrica di cui parlava Sri Aurobindo in The Future Poetry.

Di considerazioni metriche in generale, per chi fosse interessato, si parla anche nella pagina Struttura poetica. Come sempre, chiunque desideri approfondire o discutere i temi trattati è benvenuto a inviarci le sue osservazioni e domande, cui potremo rispondere negli articoli successivi.

Nel prossimo articolo esamineremo il secondo verso.

Sarva mangalam! 

M.M.