Ottobre 2011



Riguardo al trovare quella nota di suggestività sottile, la difficoltà [che si sperimenta in altre lingue] mette in evidenza una grande qualità dell’inglese, che nessun’altra lingua che conosco possiede nella stessa misura: la facilità nel trovare l’espressione evocativa e pregnante, il suggerimento lasciato inespresso, la porta che rimane socchiusa su cose ineffabili. Il bengalese, come il francese, è molto chiaro e luminoso, vivido ed espressivo, ma in lingue così chiare esprimere l’inesprimibile non è altrettanto facile e, per riuscirci, bisogna faticare non poco. Guardate come Mallarmé lotta con la lingua francese per trovare l’espressione simbolica, il giusto giro di frase per le cose che stanno dietro il velo. Penso che anche in queste altre lingue dovrà svilupparsi il potere di attingere a quel tipo di espressione, con meno sforzo; ma per il momento esiste una differenza.

(Sri Aurobindo, Letters on Poetry and Art, pag. 202)

Queste considerazioni di Sri Aurobindo riguardo al bengalese e al francese possono largamente estendersi anche all’italiano, e chiunque abbia seriamente provato a tradurre Sàvitri se ne sarà reso conto. Spesso, traducendo la poesia di Sri Aurobindo, si sente il bisogno di una lingua italiana un po’ diversa da quella corrente, appunto per trovare quel “giusto giro di frase per le cose che stanno dietro il velo”, quell’espressione evocativa e pregnante che si sente nell’originale ed è così difficile da rendere in traduzione.

Spesso sembra proprio di essere alla ricerca, più o meno consapevolmente, di un nuovo sviluppo della lingua che la renda più adatta ad esprimere i contenuti della “nuova” poesia spirituale. Sàvitri è straordinario perché obbliga a questa ricerca, costringe a fare sempre qualche piccola violenza, per così dire, alle abitudini più consolidate e rassicuranti, e nello stesso tempo esige che le radici della lingua restino ben salde. Le parole di Sri Aurobindo danno qualche speranza di riuscita: “Penso che anche in queste altre lingue dovrà svilupparsi il potere di attingere a quel tipo di espressione, con meno sforzo”. Non si capisce se è una profezia o un augurio, ma certamente le lingue, come le civiltà e le culture, e le persone, devono saper continuamente evolversi e cambiare. Possibilmente nella direzione giusta, e in questo Sàvitri offre un sicuro punto di riferimento.

M.M.