Introduzione




Premessa alla traduzione italiana di Sapta Chatusthaya

SAPTA Chatusthaya era probabilmente considerato solo un frammento minore (si pensava risalisse al periodo di prigione ad Alipore) quando fu incluso nel volume di supplemento all’opera completa di Sri Aurobindo. Negli anni seguenti, l’analisi dei Quaderni dello Yoga (Record of Yoga), unita ai riferimenti riscontrabili nelle Conversazioni con Sri Aurobindo di A. B. Purani, permise di accertare che Sapta Chatusthaya era il “programma personale” dello Yoga di Sri Aurobindo stesso, da lui ricevuto per via spirituale a Pondicherry tra il 1910 e il 1912; durante i primi anni a Pondicherry questo sistema fu inoltre trasmesso da Sri Aurobindo a diversi discepoli.

La rifinitura letteraria data da Sri Aurobindo a una parte di Sapta Chatusthaya indica come egli non ne escludesse la pubblicazione; ma la sua forma squisitamente pratica e sintetica, unita all’ampio uso di termini sanscriti, non lo rendevano certo un veicolo adatto a un’esposizione dello Yoga Integrale rivolta a un pubblico più vasto di quello dei discepoli diretti, e ancor meno a un pubblico occidentale, soprattutto dell’epoca; la spiegazione particolareggiata e in termini generali dello Yoga Integrale, in effetti, avrebbe poi occupato le quasi 900 pagine della Sintesi dello Yoga.

L’utilità che Sapta Chatusthaya può avere ancora oggi per il ricercatore risiede, oltre che nella sua natura di tavola sinottica della Sintesi dello Yoga, nel fatto che laddove la Sintesi rimase incompleta, lasciando a metà l’esposizione dello Yoga della Perfezione di Sé, Sapta Chatusthaya permette di gettare uno sguardo su quello che ne avrebbe potuto costituire, anche se non la visione finale, almeno un quadro più completo. I mantra e le illuminanti definizioni dei vari elementi della perfezione, contenuti in Sapta Chatusthaya, hanno un valore inestimabile per chi cerca di praticare lo Yoga di Sri Aurobindo.

Infine, Sapta Chatusthaya costituisce un’indispensabile introduzione alla lettura dei Quaderni dello Yoga, il diario tenuto da Sri Aurobindo a Pondicherry tra il 1910 e il 1927. Per un approfondimento di questi temi rimandiamo al seguito di questa introduzione, in gran parte basata sulle Archival Notes apparse sul bollettino del Dipartimento Archivi e Ricerche dell’Ashram nell’aprile del 1986.

Nella presente traduzione italiana (pubblicata come supplemento alla rivista Domani nel 1989, e qui aggiornata e rivista dal traduttore) tutto il materiale rilevante di Sapta Chatusthaya è presentato per la prima volta riunito in forma organica; i capitoli originali, infatti, erano apparsi separatamente su vari volumi e periodici a partire dal 1972 ma non erano mai stati riuniti, prima, in un’unica pubblicazione.

Sadhana di Sri Aurobindo prima di Pondicherry

[Sapta Chatusthaya e i Quaderni dello Yoga riguardano gli sviluppi dello yoga personale di Sri Aurobindo dopo il suo arrivo a Pondicherry. Ma al fine di comprendere per quanto possibile l’evoluzione spirituale di Sri Aurobindo a Pondicherry, è necessario avere qualche familiarità con la sua sadhana precedente.]

SRI AUROBINDO iniziò la sua pratica dello yoga nel 1904 o 1905, quando aveva circa 33 anni; ma anche molto prima di allora aveva avuto esperienze spirituali spontanee, come esperienze mentali dell’Atman o Sé, la realizzazione del «libero Infinito» e la consapevolezza della Divinità attiva dentro di lui. Queste esperienze, anche se tutt’altro che trascurabili, non valsero a volgere subito Sri Aurobindo verso una vita di ricerca spirituale. A quel tempo il suo principale interesse era la liberazione dell’India dalla dominazione straniera, una causa alla quale si era sentito spinto a dedicarsi fin dall’infanzia. Quando infine si diede allo Yoga, Io fece con l’intenzione di acquisire potere per il suo lavoro politico. Cominciò con il pranayama (controllo del respiro), ottenendo risultati positivi anche se, a suo parere, «minori»; ma ben presto gli impegni esterni lo costrinsero a una pratica saltuaria. Si trovò così a un «punto morto». Desideroso di trovare la guida di un Guru, fu messo in contatto con uno yogin di nome Vishnu Bhaskar Lele.

Sri Aurobindo incontrò Lele nel gennaio del 1908, subito dopo la sessione di Surat del Congresso Nazionale Indiano, ricordata come una svolta determinante nella lotta d’indipendenza del paese. L’influenza politica di Sri Aurobindo era allora al suo culmine. Egli era riconosciuto come una delle cinque o sei figure più eminenti del paese, e fu al centro delle storiche decisioni di Surat. Solo una settimana dopo quegli eventi, si ritrovò chiuso in una stanza con Lele. Seguendo le istruzioni di questi, in tre giorni riuscì a stabilire «una completa e totale immobilità di tutta la sua coscienza». Questa esperienza lo condusse alla realizzazione del «Brahman silenzioso di là dallo spazio e dal tempo», l’aspetto «inattivo» dell’unica Realtà.

Molti, non appena ottenuta tale realizzazione, chiamata anche Nirvana, si ritirano da un mondo che ormai percepiscono come vano e illusorio per rimanere assorti in quella pace e beatitudine dell’Immanifesto. Non fu così per Sri Aurobindo. La forza che l’aveva portato all’azione politica lo spingeva nondimeno ad agire, ed egli non vi oppose resistenza. Pochi giorni dopo la sua esperienza del Nirvana era di nuovo a incontrare gente, a fare discorsi, e si dice persino che ispezionasse una fabbrica clandestina di esplosivi.

Prima di un particolare discorso che doveva tenere, confidò a Lele di sentirsi troppo assorto nel Silenzio per riuscire a parlare come si voleva da lui. Lele gli disse «di fare namaskara (saluto formale) al pubblico e di aspettare; il discorso sarebbe arrivato da una sorgente diversa da quella mentale. E così, infatti, il discorso arrivò.» Così, da quel giorno in poi, «tutte le parole, gli scritti, i pensieri, tutta l’attività esteriore» gli arrivarono «dalla stessa sorgente sopra la mente cerebrale». Sri Aurobindo mantenne l’esperienza del Silenzio «per molti mesi, e in pratica per sempre da allora», per quanto un’azione potente ma diversa continuasse «alla superficie» della sua mente immobile.

Che cosa fosse ciò che «parlava e agiva attraverso di lui senza nessun suo pensiero né iniziativa personale» gli «rimase ignoto» finché non ebbe completato lo stadio successivo della sua sadhana.

Quattro mesi dopo il Congresso di Surat, Sri Aurobinclo venne arrestato come cospiratore rivoluzionario. Mentre era sotto processo per il reato capitale di «muovere guerra al Re», fu posto in cella di isolamento nel carcere di Alipore, località nei pressi di Calcutta. Egli si immerse subito in una intensiva pratica dello Yoga.

La seconda grande realizzazione di Sri Aurobindo avvenne proprio ad Alipore dove egli si aprì alla «coscienza cosmica, la coscienza del Divino come totalità degli esseri e di tutto ciò che esiste»; con tale esperienza scomparve quella sensazione e percezione schiacciante della «completa irrealtà del mondo» che aveva accompagnato la sua prima realizzazione, il Brahman silenzioso. Ora Sri Aurobindo era cosciente che ciò che l’aveva spinto e continuava a spingerlo in «tutta la sua azione e sadhana» era «l’aspetto dinamico del Brahman, l’Ishwara».

Durante l’anno di reclusione ad Alipore Sri Aurobindo ebbe molte altre esperienze, alcune di natura «occulta». Tra queste, vari tipi di visione e audizione sottile, i «primi accenni» dei poteri conducenti a utthapana o levitazione, e molteplici esperienze di ananda o beatitudine spirituale.

Entro quel periodo — gli inizi del 1909 — Sri Aurobindo aveva «pienamente stabilito due delle quattro grandi realizzazioni su cui si fondano il suo Yoga e la sua «filosofia spirituale»: il Brahman silenzioso o Nirvana e il Brahman dinamico, il Divino come tutto ciò che esiste.

Queste realizzazioni rappresentano i due estremi, impersonale e personale, nirguna e saguna, della spiritualità tradizionale. Ciascuno dei due aspetti, per colui che arriva all’uno o all’altro, sembra completo in sé stesso; in effetti le due cose sono spesso considerate separate o addirittura incompatibili. Il devoto o servo di Dio che ha trovato l’unione con l’Amato non sente nessun bisogno della liberazione o «estinzione» nel Nirvana. Il contemplativo che ha realizzato la sua identità col senza-forma non sente più attrazione alcuna per il mondo della manifestazione — nemmeno per sperimentare la beatitudine dell’unità nella dualità. Per l’adepto di quest’ultimo sentiero, — il tradizionale Yoga della Conoscenza, — la realizzazione del Brahman Silenzioso, o Nirvana, è il termine della ricerca spirituale. Per Sri Aurobindo, invece, rappresentò «l’inizio della Verità superiore». Scrisse una volta che la sua esperienza del Nirvana, nel 1909, aveva significato per lui trovare «una vera Via»; una volta scoperto il sentiero, «mi ci vollero altri dieci anni di sforzi seguendo una suprema guida interiore per arrivare in fondo a quel sentiero… e trovare il futuro».

Di che cosa si occupò Sri Aurobindo, già al sicuro in una doppia realizzazione, in quei dieci anni? In una lettera del 1946 egli scrisse che le realizzazioni di cui abbiamo parlato, e «altre che le seguirono», non gli avevano «presentato nessuna persistente od ostinata difficoltà. La sola vera difficoltà», aggiunse, «che prese decenni di sforzo spirituale per essere risolta e avviata a una risoluzione completa, fu l’applicazione assoluta della conoscenza spirituale al mondo e alla vita di superficie, psicologica ed esterna, e il portarne a compimento la trasformazione sia sui livelli superiori della natura sia sugli ordinari livelli mentale, vitale e fisico, tanto in basso nella subcoscienza e nella Incoscienza di base quanto in alto nella suprema Coscienza-di-Verità o Supermente, nella quale soltanto la trasformazione dinamica poteva essere integrale e assoluta.»

Quest’opera di trasformazione del mondo alla quale Sri Aurobindo si era dedicato gli rese impossibile riposare sugli allori di qualsivoglia realizzazione, per quanto sublime. Già nel 1911 scriveva:

«Lo scopo principale del mio Yoga è di eliminare in modo assoluto e completo qualunque possibile causa di errore o di inefficacia; di errore, affinché la Verità che mostrerò infine agli uomini possa essere perfetta; e di inefficacia, in modo che il lavoro di trasformare il mondo, fin dove sarà mio compito condurlo, possa essere del tutto vittorioso e irresistibile. Per questa ragione sto sottoponendomi a una così lunga disciplina e i risultati più splendidi e potenti del mio Yoga sono stati per tanto tempo rimandati.»

Prima di «essere in grado di applicare in modo assoluto la conoscenza spirituale al mondo», Sri Aurobindo dovette gettare un ponte sull’abisso tra lo spirito divino e la creazione, apparentemente non-divina. Per far questo, il primo passo indispensabile era di riconciliare nella sua propria coscienza i due aspetti del Divino — uno statico e trascendente-il-mondo, l’altro dinamico e creatore-del-mondo — che aveva già realizzati separatamente.

Questa riconciliazione fu effettuata con la sua terza principale realizzazione, quella «della Realtà Suprema, di cui il Brahman statico e il Brahman dinamico sono i due aspetti». Questa realizzazione non raggiunse la sua pienezza fino al 1912, ma egli stava «già procedendo verso di essa nelle sue meditazioni nella prigione di Alipore». Durante quelle meditazioni egli ottenne anche l’accesso «ai piani superiori della coscienza conducenti alla Supermente».

L’ascesa graduale a questa «Coscienza-di-Verità», nonché la sua discesa nella natura inferiore — che, una volta completata, avrebbe costituito la sua quarta e più grande realizzazione — costituivano il traguardo successivo.

Sri Aurobindo fu assolto da tutte le imputazioni e rilasciato dalla prigione di Alipore nel maggio del 1909. Ancora immerso nella sadhana, egli rientrò nell’arena politica e si trovò subito nuovamente oggetto delle poco amichevoli intenzioni delle autorità inglesi. Agli inizi del 1910, seguendo un ordine interiore o adesa, si recò in esilio nell’India francese — dapprima a Chandernagore, nelle vicinanze di Calcutta, e due mesi più tardi a Pondicherry.

Sadhana a Pondicherry

Il 1910, anno dell’arrivo di Sri Aurobindo a Pondicherry, segna una importante linea di demarcazione nella sua pratica dello Yoga. Dieci anni più tardi scrisse a suo fratello Barin:

«Ciò da cui iniziai, quello che Lele mi diede, quello che feci in prigione — tutto questo era una ricerca del sentiero, un muoversi in circoli guardando di qua e di là, contattando, prendendo, usando, verificando questo e quell’elemento di tutti gli yoga parziali di un tempo, ottenendo un’esperienza più o meno completa di ciascuna di queste cose prima di lasciarla per seguirne un’altra. In seguito, con il mio arrivo a Pondicherry, questa condizione instabile cessò. Il Guru immanente del mondo mi indicò l’intero cammino con la sua completa teoria, le dieci membra del corpo dello Yoga.»

Nella stessa lettera Sri Aurobindo prosegue individuando la chiave di volta del suo sentiero yoghico nell’ascesa alla Supermente o vijnana. Abbiamo visto che la sua ascesa al livello «gnostico» era iniziata nella prigione di Alipore; ma, come scrisse più tardi, solo dopo il suo arrivo a Pondicherry la «sadhana [della Vijnana] cominciò davvero». Nello stesso modo, come ebbe a dire in una conversazione del 1923, solo dopo il suo arrivo a Pondicherry gli «fu dato un certo programma» che egli seguì da allora in poi. Sri Aurobindo non aggiunse nulla in quella conversazione circa la natura del «programma», ma anche da altri documenti emerge con chiarezza che si trattava del sistema composto di «sette volte quattro» elementi, chiamato Sapta Chatusthaya (Sette Tetradi), di cui ci sono rimaste diverse spiegazioni, una autografa e altre sotto forma di trascrizioni, fatte da discepoli probabilmente sulla base di spiegazioni orali o a partire da una copia autografa poi andata perduta.

Sapta Chatusthaya

Nessuna delle spiegazioni di Sapta Chatusthaya è direttamente datata. Anche se lo fossero, o anche se i documenti fossero databili di là da ogni dubbio, ancora non sapremmo quando Sri Aurobindo ricevette le formule sanscrite su cui il sistema si fonda. Sri Aurobindo non menzionò Sapta Chatusthaya con questo nome in nessuna conversazione che ci sia pervenuta. Non ne scrisse in modo esplicito in nessuna lettera e in nessuna delle sue opere pubblicate. Ma esistono riferimenti indiretti al sistema — chiamato ora un «programma», ora una «mappa», ecc. — in lettere e conversazioni sparse, da cui si dedurrebbe che i sette Chatusthaya gli giunsero subito dopo il suo arrivo a Pondicherry.

Un riferimento si trova in una conversazione del 1926. Alla domanda se avesse «ricevuto» una certa formula nella prigione di Alipore, Sri Aurobindo rispose che la cosa era avvenuta non ad Alipore ma «quando giunsi a Pondicherry, e mi fu dato un programma di quello che dovevo fare, che annotai».

È evidente che il programma di cui si parla qui è lo stesso menzionato nella conversazione del 1923 citata sopra. E il fatto che la formula in questione — saktyama bhagavati ca sradda — sia uno degli elementi del terzo Chatusthaya ci rende praticamente sicuri che il programma era il sistema delle Sette Tetradi. Una lettera del 1916 contiene un altro esempio ancora più chiaro di come il «programma» di Sri Aurobindo fosse il Sapta Chatusthaya. Dopo aver nominato una certa «mappa del mio progresso» che egli da tempo aveva «abbozzato nelle sue linee principali», Sri Aurobindo continuò descrivendo le differenti tappe del progresso; esse corrispondono alle Sette Tetradi.

Il riferimento più esplicito a Sapta Chatusthaya si trova in una conversazione dell’aprile 1923. Alla domanda su quali fossero le «dieci membra del corpo dello Yoga di cui avete scritto a Barin» (nella lettera del 1920 riportata più sopra), Sri Aurobindo rispose che il sistema del suo personale Yoga consisteva «non di dieci bensì di sette parti, ciascuna composta di quattro elementi». Elencò poi i sette Chatusthaya per nome. Forse la frase «le dieci membra del corpo dello Yoga» nella lettera a Barin deI 1920 era un’espressione metaforica significante l’assoluta completezza della «teoria» datagli a Pondicherry. Questa conversazione, in ogni caso, chiarisce come il suo Yoga si fondasse sui sette Chatusthaya.

Presi nel loro insieme, tutti questi fatti mostrano che i mantra del Sapta Chatusthaya furono ricevuti da Sri Aurobindo durante il primo periodo della sua residenza a Pondicherry. La data della prima menzione di un Chatusthaya nei Quaderni dello Yoga è il 16 gennaio 1912: il periodo si può quindi restrngere ai ventun mesi tra l’aprile del 1910 (quando Sri Aurobindo arrivò a Pondicherry) e il gennaio del 1912.

I Quaderni dello Yoga

Sri Aurobindo tenne il diario della pratica dello yoga dei sette Chatusthaya in una serie di quaderni, cui egli diede nomi diversi, come «Journal of Yoga», «Record of the Yoga», «Record of Yoga», «Notebook of the Sadhana», «Yoga Diary» e «Yoga Record». Il titolo italiano «Quaderni dello Yoga» riassume un po’ il senso dei vari titoli dati dall’autore pur non essendo la traduzione letterale di nessuno di essi. Comunque, nell’originale, il titolo più usato è quello di «Record of Yoga» e il verbo «record» è usato per l’atto di scrivere il diario.

Il periodo dei Quaderni

Il periodo coperto dai Quaderni va dal 1909 al 1927; ma le annotazioni sono datate solo per dodici di questi diciannove anni. Le annotazioni non assumono forma di diario fino al gennaio del 1912. Gli anni 1909 e 1911 sono rappresentati da annotazioni diverse dal «Record» vero e proprio, e per l’anno 1910 non esistono annotazioni datate. Solo nel novembre del 1912 Sri Aurobindo cominciò quella che definì «la regolare annotazione della sadhana», che continua fino all’ottobre del 1920. Ma anche all’interno di questo periodo regolare ci sono sospensioni frequenti e a volte prolungate. In definitiva le annotazioni coprono poco meno della metà dell’arco di novantasei mesi su cui si estendono.

Dopo uno iato di sei anni i Quaderni riprendono nel dicembre 1926 o gennaio 1927. Esistono annotazioni solo per quattro mesi di quest’ultimo anno, l’ultima delle quali è a ottobre. Poi i Quaderni si fermano. Degli ultimi ventitré anni della sadhana di Sri Aurobindo — esattamente la seconda metà — non sappiamo praticamente nulla.

Come furono scritti i Quaderni

Sri Aurobindo usò tutto un assortimento di taccuini e fogli sciolti per scrivere il suo «Record of Yoga». I taccuini sono dello stesso tipo di quelli usati per tutti i suoi altri scritti dello stesso periodo; molti di essi contengono in effetti note, articoli, poesie, ecc. La maggior parte sono quaderni scolastici di poco prezzo, alcuni semplici pacchetti di carta da lettere. C’è anche qualche taccuino o diario rilegato, uno solo dei quali è un vero e proprio diario con le date stampate.

Ventotto di questi quaderni furono usati soltanto o principalmente per il diario. Altri otto contengono una certa quantità di materiale inteso per esso. Ci sono poi moltissime annotazioni di diario, per lo più senza data, e altri appunti riferibili al «Record» in due dozzine di taccuini diversi, nonché su foglietti sciolti e persino pezzetti di carta.

La maggior parte delle annotazioni del diario, in quanto distinte dagli «script» e dai «lipi» (questi termini sono spiegati più avanti), sembrano essere state scritte direttamente sul quaderno relativo, senza note precedenti. Ma almeno una delle annotazioni trovate su fogli sciolti fu in seguito inserita formalmente nel diario. La scrittura è per lo più nitida e non sembra frettolosa, in contrasto con molti degli altri scritti di Sri Aurobindo, anche dello stesso periodo.

Nel corso degli anni i Quaderni assunsero forme diverse. Caratteristiche ricorrenti furono abbandonate per poi essere riprese qualche mese più tardi. Per certi giorni si trovano solo alcune annotazioni molto succinte, presentate a volte in forma di tabella. Altre volte si trovano enunciati in prosa colloquiale cui, in qualche occasione, fu data in seguito una «limatura» letteraria. Spesso ci sono titoli e sottotitoli; questi seguono di solito il sistema di Sapta Chatusthaya.

La terminologia dei Quaderni si basa su questo stesso sistema. Sri Aurobindo a volte abbreviava termini ricorrenti dello Yoga, nomi di persona ecc. Queste abbreviazioni, insieme alla terminologia sanscrita poco familiare, danno ai Quaderni un’apparenza esotica; ma una volta compresa la terminologia e il significato delle abbreviazioni, i passaggi si mostrano in una luce molto meno criptica di quanto non fosse sembrato a prima vista.

Lo scopo dei Quaderni

Come tutti i diari — a parte quelli scritti con consapevoli intenti letterari — i Quaderni furono redatti ad uso dello scrivente. Ma Sri Aurobindo non scrisse il diario solo come ausilio alla sua memoria. Lo scopo che gli attribuiva traspare da certe annotazioni iniziali. Innanzi tutto, doveva essere «una registrazione pura e semplice di fatti e di esperienze».La «condizione dell’attività» della sua sadhana doveva «formare la sostanza» delle annotazioni. Era il «progresso della Siddhi» che doveva «essere annotato».

Le cose che Sri Aurobindo desiderava «mettere agli atti» (uno dei significati di record) erano i «risultati definitivi» e non «le varie fluttuazioni della siddhi». Ma su un sentiero come il suo, dove «tutta la vita è yoga», questo significava non soltanto prendere nota di fenomeni puramente yoghici quali, ad esempio, «trikaldrishti, aishwarya, esperienze del samadhi», ma includeva menzioni del «lavoro, letterario ecc.», e anche «qualche breve descrizione della siddhi fisica».

Il secondo scopo dei Quaderni era fungere da registro della guida ricevuta. Doveva «includere non soltanto i particolari di quanto era compiuto e stabilito e delle linee di realizzazione di ciò che era in corso, ma anche note sulle esperienze e indicazioni di movimenti futuri». Tali indicazioni erano regolarmente fornite dal «Maestro dello Yoga» e da altre fonti, di solito nella forma che Sri Aurobindo chiamava «script».

«Script», come risulta dai Quaderni, era una cosa vicina alla cosiddetta «scrittura automatica». Quest’ultimo termine non appare nei Quaderni, ma si sa che Sri Aurobindo praticò la scrittura automatica nel periodo tra il 1904 e il 1920.

Esperienze di Sri Aurobindo con la «scrittura automatica»

Sri Aurobindo fece i primi tentativi di scrittura automatica — una scrittura «non dettata né guidata dalla mente cosciente di chi scrive» — verso la fine della sua permanenza a Baroda, intorno al 1904. Egli fece tali esperimenti «anche come passatempo» dopo essere stato testimone di «alcuni straordinari esempi di scrittura automatica» compiuti da suo fratello Barin. Sri Aurobindo ne era rimasto molto colpito e interessato e decise di scoprire in pratica che cosa ci fosse dietro quel tipo di scrittura, provando di persona. Sembra che Barin usasse talvolta una planchette per i suoi esperimenti, ma Sri Aurobindo si limitava «a tenere la penna mentre un essere incorporeo scriveva ciò che voleva, usando la mia penna e la mia mano».

Yogic Sadhan

Nessun esempio degli esperimenti di scrittura automatica fatti da Sri Aurobindo a Baroda ci è pervenuto. Esiste un esempio del 1907, il primo in ordine di tempo, quando era immerso nella politica. Tre anni più tardi, poco dopo il suo arrivo a Pondicherry, egli ricevette quello che è il più famoso, e probabilmente il più importante dei suoi «scritti automatici» — i nove capitoli di istruzioni e consigli sulla pratica dello Yoga, pubblicati in seguito con il titolo di Yogic Sadhan.
Nella sua biografia di Sri Aurobindo A. B. Purani scrive:

«Durante i primi tre mesi a Pondicherry eravamo soliti avere delle sedute alla sera, nel corso delle quali si faceva scrittura automatica. Il libro Yogic Sadhan fu scritto in questo modo. Al ritmo di un capitolo al giorno, fu terminato in poco più di una settimana. L’ultimo giorno Sri Aurobindo ebbe l’impressione di vedere una figura somigliante a Rammohan Roy sparire nel mondo sottile in un angolo del soffitto della stanza. Se ne dedusse che l’opera era stata dettata da Rammohan Roy. La Nota Editoriale aggiunta dopo l’ultimo capitolo fu scritta da Sri Aurobindo stesso, il quale si firmò col nome di Uttara Yogin».

La storia del nome «Uttara Yogin» è abbastanza conosciuta e non è necessario ripeterla qui per esteso. Basti dire che un certo K.V.R. Iyengar visitò Pondicherry nel 1910 e riconobbe in Sri Aurobjndo lo «Uttara Yogin» (lo Yogin venuto dal nord) la cui venuta era stata annunciata dal suo Guru. Iyengar offrì a Sri Aurobindo un aiuto economico in un momento di acuta necessità. Fece anche stampare il libro Yogic Sadhan. Quella prima edizione uscì nel 1911 nei tipi della Sri Vani Vilas Press di Srirangam e fu molto letta dai primi seguaci di Sri Aurobindo. Ne vennero pubblicate altre tre edizioni tra il 1920 e il 1933; ma nessun’altra edizione seguì, nonostante ci fosse ancora una certa domanda. Sri Aurobindo, sembra, non volle che il libro continuasse ad essere pubblicato. Egli negò sempre di esserne l’autore. Nel 1924 disse a un futuro discepolo:

“Detto per inciso, io non sono l’autore di Yogic Sadhan.
“Come sarebbe a dire?”
“Avete mai sentito parlare di scrittura automatica?»
“Posso domandarvi come mai vi siete prestato a quel tipo di scrittura?”
“A quel tempo cercavo di scoprire che parte di verità e che parte di
suggestione subliminale proveniente dalla coscienza sommersa fosse
presente in fenomeni di quel tipo.»

La conclusione «finale» di Sri Aurobindo sulla scrittura automatica si può trovare nel volume On Himself:

“Sebbene esistano fenomeni che sembrano indicare l’intervento di esseri
di altri piani, — non sempre e non di frequente esseri di un ordine elevato,-
la maggior parte di tali scritti proviene da un elemento ‘teatrale’ della mente subcosciente; si può a volte incontrare una brillante vena subliminale e allora vengono alla superficie predizioni del futuro e fatti del presente; ma, a parte questo, tali scritti non hanno grande valore.»

Tra gli esempi di «scrittura automatica» di Sri Aurobindo si trovano alcune predizioni davvero notevoli, la più rimarchevole delle quali è una affermazione, datata 1914, secondo la quale il suo lavoro sarebbe stato «completato nel 1956-57». Mère, che probabilmente non sapeva nulla di questa predizione, e forse nemmeno dell’esistenza dei Quaderni, di certo non vi pensava quando, nel 1956, annunciò che «la manifestazione supermentale sulla terra» aveva avuto luogo.

Gli «script» nei Quaderni

Gli script che si trovano nei Quaderni hanno un tono diverso dagli ordinari esempi di scrittura automatica di Sri Aurobindo, per non parlare della diversità fisica nella scrittura. Anche se non è sempre dichiarata la loro provenienza più alta (il «Maestro dello Yoga»), parlano con autorevolezza della sadhana presente e futura di Sri Aurobindo, che da parte sua li prendeva con molta serietà. Questi script formano parte essenziale dei Quaderni dello Yoga.

Lo script era un «mezzo di comunicazione spirituale» che veniva usato «per scopi d’ogni genere». Principale tra questi scopi era la predizione di avvenimenti futuri — per lo più riguardanti la sadhana di Sri Aurobindo, ma anche avvenimenti esteriori, a partire dai grandi eventi mondiali fino a banali faccende domestiche. Script riferiti alla sadhana venivano spesso chiamati «predizioni» o «programmi»; davano indicazioni sui movimenti interiori in anticipo di qualche giorno o di una settimana. «Non conosco il futuro lontano,» scrisse Sri Aurobindo nella lettera a Barin del 1920 che abbiamo già citato, «la luce che Dio a volte mi dà cade un passo davanti a me; cammino in quella luce».

Gli script sono ovviamente nella scrittura di Sri Aurobindo, ma egli non può essere definito il loro autore nel senso stretto del termine. La «sorgente» degli script si identifica a volte come «io» e parla a Sri Aurobindo come «voi». Nelle annotazioni del diario «io» si riferisce invece solo a Sri Aurobindo. Negli script Sri Aurobindo scriveva solo le risposte della «sorgente», non le domande che aveva in mente e alle quali le risposte si riferivano. Questo fatto rende la lettura degli script simile all’ascolto di una conversazione telefonica da un solo capo del filo.

Sri Aurobindo considerava le forme inferiori di scrittura automatica come trascrizioni di «qualcosa presente nel sé subconscio del medium». Evidentemente egli non considerava gli script dei Quaderni come facenti parte ditale categoria. Ma che cosa apparteneva alla «sorgente» e che cosa al «ricevente»? Certe espressioni che hanno la loro origine in uno script furono poi usate da Sri Aurobindo nelle sue opere pubblicate. Per prendere un esempio lampante, la parole chiave «supermente» si trova usata per la prima volta nel suo significato definitivo in uno script. Non si sa in quale misura Sri Aurobindo facesse uso di metodi o informazioni script nei suoi scritti «ordinari». La scrittura ispirata è sempre stata considerata come proveniente da una fonte più alta della mente dell’autore.

Lo script non era il solo canale di predizione usato da Sri Aurobindo. I Quaderni riportano varie forme di trikaladrsti o visione dei tre tempi (passato, presente e futuro). Alcune di queste forme sono dirette, altre fanno uso di un upaya o mezzo. È naturale che fossero più frequentemente registrate le forme basate sulla parola scritta. Due di queste forme che spesso si incontrano nei Quaderni sono lipi (parole scritte «viste» nell’etere con la visione sottile) e sortilege (interpretazione di parole o gruppi di parole esistenti in forma scritta, trovate per caso o cercate allo scopo).

Script e lipi erano a volte buttati giù sul primo pezzetto di carta trovato sotto mano e poi copiati nei Quaderni; a volte gli script venivano ampliati all’atto della trascrizione. Spesso gli script sono separati dal testo dei Quaderni con titoli, sottotitoli o virgolette; altre volte nessuna chiara separazione divide gli script dal diario. Forse nessuna chiara separazione era possibile.

Accadeva che Sri Aurobindo tornasse su vecchi script, lipi e sortilege per verificarne l’esattezza. Occasionalmente annotava se si erano realizzati o no. Tali annotazioni sono il solo indizio che abbiamo che Sri Aurobindo rileggesse il suo diario. Di certo egli non ne corresse quasi mai la forma, come faceva con tutti gli altri suoi scritti. Addizioni e correzioni nei Quaderni erano fatte in tutta evidenza durante la prima stesura, con solo una o due eccezioni a questa regola.

Sapta Chatusthaya, i Quaderni, e La Sintesi dello Yoga

La terminologia di Sapta Chatusthaya ricorre con grande frequenza in tutti i Quaderni dello Yoga. Per questo la familiarità con il sistema delle Sette Tetradi è un prerequisito alla lettura dei Quaderni. Sri Aurobindo non diede mai una spiegazione scritta completa di Sapta Chatusthaya. Il manoscritto principale, pubblicato per la prima volta nel 1972 da Shri Arun Chandra Dutt nel libro Light to Superlight, e quindi apparso nel Supplemento (Vol.27) alla Edizione delle Opere complete, si sofferma su tre delle sette tetradi; le altre quattro sono solo descritte con il rispettivo mantra e qualche parola in inglese. Un altro manoscritto autografo tratta solo di un elemento del primo Chatusthaya.

La versione trascritta li copre tutti e sette, ma non sempre scende nei particolari. Nel corso dei Quaderni Sri Aurobindo dà qua e là spiegazioni su qualche elemento del sistema. Ma la sola esposizione davvero esauriente — e purtroppo lasciata anch’essa incompleta — si trova nell’ultima parte della maggiore opera sullo Yoga pubblicata da Sri Aurobindo: La Sintesi dello Yoga.

La Sintesi fu scritta contemporaneamente ai Quaderni; l’ultima parte, “Lo Yoga della Perfezione di Sé”, apparve sulla rivista Arya tra il dicembre 1918 e il gennaio 1921. Verso l’inizio del Capitolo X, intitolato “Gli Elementi della Perfezione”, Sri Aurobindo scrive:

«Al fine di trovare una chiave e un metodo dobbiamo fissare la nostra attenzione su certi elementi e requisiti essenziali e fondamentali della perfezione, siddhi; possedendo questi in modo sicuro, infatti, si troverà che tutto il resto ne costituisce lo sviluppo naturale o un’operazione particolare. Possiamo ripartire questi elementi in sei divisioni, in larga misura interdipendenti ma ancora, in un certo modo, naturalmente successive l’una all’altra nell’ordine cui vengono realizzate. Il movimento partirà da una equanimità di base dell’anima e ascenderà a un’azione ideale del Divino attraverso il nostro essere reso perfetto nella vastità dell’unità Brahmica.»

Ciò di cui Sri Aurobindo parla qui, e descrive in termini generali nel resto del capitolo, sono i Chatusthaya nel loro ordine normale, dal primo al sesto. Il settimo non rappresenta in effetti un’altra «divisione» bensì «il metodo, la somma e il completamento degli altri»; i suoi quattro elementi sono i «quattro poteri e obiettivi» dello Yoga.

Nella parte della Sintesi che segue il capitolo citato sono trattati due Chatusthaya e una parte del terzo. L’esposizione si interruppe di colpo nel gennaio del 1921 quando l’Arya cessò le pubblicazioni. Per quanto il quarto, quinto, sesto e settimo Chatusthaya non siano stati trattati in modo sistematico, diversi particolari ad essi riferiti sono riscontrabili in altre parti della Sintesi e anche in altri scritti di Sri Aurobindo.

L’ordine, i nomi e gli elementi dei Chatusthaya

Nei Quaderni i riferimenti ai Chatustahya sono per numero e per nome. Il numero è dato da Sri Aurobindo seguendo il loro ordine «normale» (presentato qui sotto); il nome è in genere quello dell’elemento più importante. Ecco nell’ordine i nomi e i quattro elementi principali di ciascuna tetrade:

Prima tetrade: Samata Chatusthaya [all’inizio, Shanti Chatusthaya]
Samata, Shanti, Sukha, Hasya [più tardi, (Atma)prasada]

Seconda tetrade: Shakti Chatusthaya
Viryam, Shakti, Chandibhava [più tardi, Daiviprakriti], Sraddha

Terza tetrade: Vijnana Chatusthaya
Jnanam, Trikaldrishti, Ashtasiddhi, Samadhi

Quarta tetrade: Sharira Chatusthaya
Arogya, Utthapana, Saundarya, [Vividh]Ananda

Quinta tetrade: Karma Chatusthaya [o Lila Chatusthaya]
Krishna, Kali, Karma, Kama

Sesta tetrade: Brahma Chatusthaya
Sarvam Brahma, Anantam Brahma, Jnanam Brahma, Anandam Brahma

Settima tetrade: Yoga Chatusthaya [o (San)Siddhi Chatusthaya]
Shuddi, Mukti, Bhukti, Siddhi

Gli elementi, o Siddhi di ciascun Chatusthaya sono spesso menzionati per numero della tetrade e del suo elemento interno: «il secondo elemento del quinto Chatusthaya», per esempio, sta per Kali. Non solo: le Siddhi della terza, quarta, quinta, sesta e settima tetrade sono spesso rappresentate con i numeri da uno a ventuno — ventuno perché, in questa numerazione, il terzo Chatusthaya viene considerato di cinque anziché di quattro elementi, e cioè:

1. Jnana
2. Trikaldrishti
3. Rupa(siddhi)
4. Tapas
5. Samadhi
6. Arogya
7. Ananda
8.Utthapana
9. Saundarya
10. Krishna
11. Kali
12. Karma
13. Kama
14. Sarvam Brahma
15. Anantam Brahma
16. Jnanam Brahma
17. Anandam Brahma
18. Shuddhi
19. Mukti
20. Bhukti
21. Siddhi.

L’ordine dei Chatusthaya dato sopra è quello usato da Sri Aurobindo nella sua esposizione principale del sistema. Egli tuttavia li elencò una volta secondo un ordine diverso, sotto il titolo di Yoganga:

1. Siddhi Chatusthaya
2. Brahma Chatusthaya
3. Karma Chatusthaya
4. Shanti Chatusthaya
5. Shakti Chatusthaya
6. Vijnana Chatusthaya
7. Sharira Chatusthaya

Qui i tre Chatusthaya «generali» vengono per primi, con in cima quello che è «i metodi, la somma e il completamento degli altri». Seguono poi i «quattro Chatusthaya dell’Adhara Siddhi», riguardanti la perfezione del veicolo o essere individuale. Questa perfezione degli strumenti si fonda sulla base di pace ed equanimità (Shanti Chatusthaya), viene assunta nella dynamis divina (Shakti Chatusthaya), passa poi attraverso la trasformazione supermentale (Vijnana Chatusthaya) e culmina nel «risultato fisico ultimo» di tale trasformazione della coscienza, vale a dire nella trasformazione del corpo e nella «conquista della morte».

Esistono anche altri ordini. Nella conversazione del 21 aprile 1923 già citata il quarto, quinto e sesto Chatusthaya sono dati come Karma, Brahma (o, in un’altra versione: Brahma, Karma) e Sharira; gli altri seguono la sequenza normale. Sembra quindi che l’ordine non avesse un’importanza assoluta.

Nelle prossime puntate pubblicheremo tutto il materiale autografo relativo a Sapta Chatusthaya e passaggi presi dalle varie versioni trascritte dai discepoli, la cui utilità è preziosa quale integrazione e per una comprensione migliore del testo autografo.

Concludiamo questa introduzione presentando un raro frammento di Sri Aurobindo, pubblicato in precedenza solo su alcune riviste dell’Ashram tra il 1986 e il 1990.

Lo Yoga Supermentale

LO YOGA SUPERMENTALE è a un tempo un’ascesa dell’anima verso Dio e una discesa della Divinità nella natura incarnata. L’ascesa richiede un’aspirazione concentrata e comprensiva dell’anima, della mente, della vita e del corpo verso l’alto, la discesa un appello di tutto l’essere verso il Divino infinito ed eterno. Se questo appello e questa aspirazione sono presenti, e se, in una crescita continua, prendono possesso dell’intera natura, allora — e solo allora — la trasformazione supermentale diviene possibile.

È necessario un aprirsi, una resa di sé dell’intera natura per ricevere e penetrare una più grande coscienza divina, che esiste già sopra, dietro e tutt’attorno alla nostra semicosciente esistenza mortale. Dev’essere presente anche una capacità sempre maggiore di sopportare l’azione ogni giorno più intensa e pressante della Forza divina, fino a che l’anima divenga come un bambino tra le braccia della Madre infinita. Tutti i mezzi che fanno parte degli altri Yoga possono essere usati, e di tanto in tanto sono impiegati in effetti anche in questo, quali procedimenti secondari; ma si rivelano impotenti se tali condizioni fondamentali mancano, e d’altronde, una volta che queste siano soddisfatte, viene a cadere la loro necessità.

Ci si renderà conto infine che questo Yoga non può essere portato a termine mediante nessuno sforzo della mente, della vita e del corpo, e neppure attraverso qualsivoglia processo psicologico o fisico, ma solo grazie all’azione della Shakti suprema. Il modo di agire della Shakti, però, è troppo misteriosamente diretto e nello stesso tempo troppo intricato nei suoi particolari esteriori, troppo vasto e sottile per poter essere seguito nel suo insieme, — tanto più se lo vogliamo ridurre e definire in formule usando la nostra intelligenza umana.

Con il suo solo sforzo l’uomo non può fare di sé stesso niente di più di un uomo; può però invocare e far discendere la Verità divina e il suo potere affinché operino in lui. Solo la discesa della Natura divina può rendere divino il ricettacolo umano. La resa di sé stessi a un supremo potere trasfigurante è la parola chiave dello Yoga.

La divinizzazione della natura di cui parliamo è una metamorfosi; non si tratta di una semplice crescita in una superumanità qualsiasi, ma di una trasformazione della menzogna della nostra natura ignorante nella verità della Natura-di-Dio. I semidei del vitale e della mente, l’Asura, il Rakshasa, il Pishacha, — il Titano, il gigante vitale e il démone — sono superumani nell’intensità, nella forza, nel dinamismo e nell’indole della loro natura caratteristica, senza pertanto essere né divini questi ultimi né sommamente divini i primi; essi vivono infatti soltanto in un potere mentale o vitale più grande e non nella Verità suprema, e la Verità suprema soltanto è divina. Solo gli esseri che vivono in una suprema Coscienza-di-Verità e la incarnano sono interiormente plasmati, o piuttosto riplasmati, a immagine del Divino.

Il fine dello Yoga Supermentale è trasformarsi in questa suprema Coscienza-di-Verità; ma questa verità è cosa situata oltre la mente, è una coscienza che sovrasta dall’alto la coscienza mentale, anche la più elevata. La verità mentale infatti è sempre relativa, incerta e parziale, mentre questa Verità più grande è completa e perentoria. La verità mentale è una rappresentazione, sempre inadeguata, molto spesso sviante; anche quando è più precisa, non è che un riflesso o un’ombra e non il corpo della Verità.
La mente non vive nella Verità e non la possiede, ma può solo cercarla afferrando al massimo qualche lembo della sua veste; la Supermente vive nella Verità e nella sua sostanza, nella sua forma ed espressione originale; non ha bisogno di cercarla, ma la possiede sempre in modo automatico, ed è ciò che possiede. Questa è la differenza essenziale.

Il cambiamento che si effettua in questa transizione dalla mente alla Supermente non è una semplice rivoluzione nel campo della conoscenza o nella nostra capacità di acquisire la conoscenza. Perché la cosa sia stabile e completa bisogna che si tratti di una trasmutazione divina comprendente anche la nostra volontà e le nostre emozioni e sensazioni, tutto il potere della nostra vita e le sue energie, e, alla fine, persino la sostanza stessa e il funzionamento del nostro corpo. Solo allora si potrà dire che la Supermente è qui, sulla terra, radicata nella sostanza stessa della terra e incarnata in una nuova specie di creature rese divine. La Supermente più alta è la Gnosi divina, la Saggezza-Potere-Luce-Beatitudine di Dio attraverso la quale il Divino conosce, sostiene e governa l’universo, e ne ha la gioia.

Sri Aurobindo