Evoluzione dei versi di apertura

Questa vecchia versione dei versi iniziali del Canto I risale al 1936. La conosciamo perché fu mandata da Sri Aurobindo ad alcuni suoi discepoli:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge unslumbering spirit of Night, alone
In the unlit temple of immensity,
Lay stretched immobile on silence’ marge.
Mute with the unplumbed prevision of her change.

(1936)

In qualche momento tra il 1936 e il 1946 Sri Aurobindo cambiò questi versi. Sostituí “immensity” con “eternity” nel quarto verso e aggiornò la definizione della Notte, non piú personificata come “spirito insonne” ma come una “mente presaga”. Nella versione del 1936 lo spirito della Notte era definito da un ulteriore verso, poi eliminato da Sri Aurobindo nella revisione finale, che gli conferiva l’aspetto “presago”: Mute with the unplumbed prevision of her change. Notare anche “her”, il possessivo al femminile. “Her” riappare nella versione definitiva nel quarto verso, al posto dell’articolo “the”.

La vecchia versione del 1936 era quindi piú esplicita riguardo a che cosa questa Notte cosciente, questo “spirito” presagiva: il suo stesso cambiamento, l’avvento della luce che la farà sparire. La foreboding mind è anche una citazione di Virgilio: si veda qui.

Grazie a Nirodbaran (Twelve Years with Sri Aurobindo), conosciamo quasi la completa evoluzione dei versi di apertura del poema, le cui prime versioni datano probabilmente fin dal 1910. La primissima versione ha ben poche somiglianze con la forma definitiva del poema a parte il titolo, sia pure con ortografia leggermente diversa (“Savithri“). La seconda versione, con lo stesso titolo, è già accostabile a quella che conosciamo:

The boundless spirit of Night dreamless, alone
In the unlit temple of immensity
Waiting upon the marge of silence sat
Mute with the expectation of her change.
The hour was near of the transfiguring gods.

Nella terza e quarta versione si comincia a riconoscere la struttura che poi sarebbe diventata definitiva:

It was an hour of the transfiguring Gods.
The huge unbound spirit of Night, alone
In her unlit temple of immensity
Waited immobile upon Silence’ marge…
Mute with the expectation of her change.

It was the hour of the transfiguring Gods
The large and vacant spirit of Night, alone
In the unlit temple of immensity
Immobile lay on slumber’s waiting marge
Mute with the expectation of her change.

Nella quinta e sesta versione cambia il primo verso:

An hour was near of the transfiguring Gods.

It was the hush of a transfiguring hour.

Il primo verso acquista la sua forma definitiva nella settima versione:

It was the hour before the Gods awake.

Cosí si presenta il manoscritto di una versione intermedia dei versi di apertura di Sàvitri:

It was the hour before the Gods awake.
Across the path of the divine Event
The huge foreboding mind of Night, alone,
Lay stretched immobile upon Silence’ marge.
A mute inconscient semblance of the Unknown,
Abysm of the unbodied Infinite,
Whose fathomless zero occupies the world,
Cradled the cosmic drowse of ignorant Force
In moved creative slumber kindling the suns
That carries all things in its somnambulist whirl.
Across the vain enormous trance of Space,
Its formless stupour without mind or life,
A shadow spinning through a soulless Vast,
Earth wheeled abandoned in the hollow gulfs,
Forgetful of her spirit and her fate.
The impassive skies were neutral, empy, still.
Then a blank presence yearned towards distant change.

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