Tradurre in metrica

Ogni traduzione di Sāvitrī deve rispettare l’autosufficienza sintattica del verso originale, conservando con rigore questa fondamentale caratteristica. Non solo, ma dovrà anche essere poeticamente valida, cercare di avere armonia, riflettere qualcosa dello stile dell’originale. Per far questo, una struttura metrica è indispensabile.

L’endecasillabo è il naturale corrispettivo metrico del pentametro inglese, ed è un metro che molto spesso si presenta spontaneamente. L’italiano, però, ha mediamente piú sillabe per ogni parola e non è sempre possibile rendere ciascun verso inglese con un solo endecasillabo italiano, senza compromettere la fedeltà della traduzione.

La soluzione piú facile è quella del polimetro, vale a dire l’accostamento di endecasillabi e varie combinazioni di versi composti, secondo le necessità della traduzione; gli esempi di metrica “barbara” di Giosue Carducci, Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio, e i tentativi dei loro predecessori, quali Gabriello Chiabrera e Claudio Tolomei, che sperimentarono per ritrovare in italiano qualche corrispondenza con i metri classici, offrono modelli di versi composti adatti allo scopo.

E’ comunque sorprendente quanto, con un solo endecasillabo, si riesca spesso a tradurre un intero verso di Sàvitrī anche là dove a prima vista sembrava quasi impossibile. In fondo la lingua italiana, un tempo (prima di essere influenzata da altre lingue, o meglio dal dilagare di brutte traduzioni fatte da altre lingue), aveva una straordinaria qualità sintetica: sapeva essere concisa, intuitiva, libera da verbosità inutili (basti guardare alla lingua di Dante).

Tradurre Sāvitrī in metrica, lungi dall’essere una costrizione artificiosa, può aiutarci a conciliare uno stile sintetico ed essenziale con una traduzione che sceglie di essere fedele alla sostanza e alle immagini del testo originale, evitando da un lato l’enjambement e dall’altro il ripetersi di versi troppo lunghi e prosastici che produrrebbero un ritmo strascicato, incompatibile con la poesia.

La metrica ci aiuta anche a capire in modo concreto, nel ritmo e nel suono, che l’autosufficienza di ogni verso in Sàvitrī non è una semplice scelta stilistica ma qualcosa di strettamente connesso alla natura “mantrica” della poesia di Sri Aurobindo.

Certo, ben difficilmente una traduzione può conservare piú di qualche lontana eco della vibrazione originale; può tuttavia ambire ad avere un ritmo che sia non solo accettabile ma godibile, cercare di soddisfare il plesso solare, aspirare insomma ad essere poeticamente “adeguata” nel senso che Sri Aurobindo ha dato a questo termine in The Future Poetry.

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