Vale la pena (cercare di) tradurre Sāvitrī?

 

È inevitabile, prima o poi, porsi questa domanda. Devo dire che non mi sono mai dedicato alla traduzione di Sāvitrī, nonostante questo poema costituisca per me una lettura di meditazione e una fonte di gioia quotidiana da decenni, tradurre e curare testi sia la mia professione, e nel tempo abbia avuto occasione di lavorare su altri scritti e opere di Sri Aurobindo che sono stati pubblicati e apprezzati.

In effetti ci sono diversi motivi che suggeriscono, o dovrebbero suggerire, un approccio molto cauto riguardo al tradurre Sāvitrī. Cominciamo col dire che la lingua di Sāvitrī è assai complessa e difficile, tanto da instillare un sano rispetto nel cuore di ogni traduttore consapevole; e tuttavia, se questa fosse la sola difficoltà, sarebbe tutto sommato affrontabile e potrebbe persino diventare uno stimolo in più.

Ma anche avendo la necessaria competenza culturale e linguistica, restano altri due ostacoli (se così dobbiamo chiamarli) in ordine crescente: uno è il contenuto spirituale e mistico-occulto di questo poema epico, caratterizzato da una profondità, vastità e altezza mai viste, che sarebbe illusorio presumere di poter rendere in traduzione senza avere almeno un barlume delle corrispondenti esperienze; l’altro è la sua insondabile natura mantrica, la vibrazione reale di quegli stati di coscienza e di quelle esperienze, che è connaturata al suono e al ritmo dei versi (e come sappiamo il mantra, che è l’essenza stessa di Sāvitrī, è per sua natura intraducibile).

La conclusione è abbastanza chiara, ma forse serve dirlo per sgomberare il campo da ogni pia illusione al riguardo: “tradurre” Sāvitrī  è, essenzialmente, un’impresa senza speranza. Questa è la semplice verità, e il suo corollario è che l’autentica esperienza di Sāvitrī passa obbligatoriamente attraverso la lettura dell’originale.

Purtroppo, come abbiamo visto, la lingua di Sāvitrī è tale da mettere a volte in difficoltà anche lettori madrelingua di buona cultura, o gli stessi letterati. Questo non perché Sri Aurobindo abbia voluto fare sfoggio di virtuosismo letterario: piuttosto, come i Rishi del passato che hanno trasmesso i Veda e le Upanishad, aveva l’unica preoccupazione di trasmettere nel modo più esatto e completo possibile la conoscenza che aveva ricevuto.

Di conseguenza lo stile, il lessico e la sintassi di Sāvitrī sono dettati unicamente dagli imperativi della rivelazione e del mantra, senza compromessi: i versi sono di una profondità e bellezza senza pari, ma sono anche estremamente esigenti (verrebbe da dire intransigenti) con il lettore. Sāvitrī è insomma il capolavoro di un supremo yoghin-poeta di cultura universale, completamente padrone di un mezzo espressivo che usava con assoluta e sovrana libertà. Tutto questo va poi moltiplicato per la dimensione epica dell’opera: quasi 24.000 versi!

A fronte di questa difficoltà va concesso che anche le imprese senza speranza, a volte, possono avere una loro utilità, e una traduzione, se adeguata, può svolgere una funzione introduttiva; pur non potendo mai superare i limiti spiegati sopra, può costituire almeno una porta d’accesso e un punto di inizio, diventando un elemento propedeutico alla lettura dell’originale. In quest’ottica potrebbero essere sufficienti anche solo alcuni Canti e passaggi scelti, evitando il tour de force (dall’esito abbastanza scontato) di gettarsi a tradurre 24.000 versi di una tale levatura dal primo all’ultimo. La funzione introduttiva sarebbe comunque svolta, e la qualità della traduzione ne beneficerebbe senza dubbio. Nel caso di Sāvitrī è sempre preferibile fare meno, ma meglio.

Basti una semplice considerazione al riguardo, improntata alla realtà dei fatti (o, come dicono alla BBC, un reality check): se leggere Sāvitrī e comprenderlo minimamente richiede la meditazione e lo studio di tutta una vita, sarà possibile tradurlo in toto nel giro di pochi anni? È lecito avere dubbi. Non ho motivo di leggere Sri Aurobindo in traduzione, quindi non conosco le versioni complete di Sāvitrī  esistenti, ma non ho sentito gridare al miracolo da coloro che le hanno lette. Non importa la capacità dei traduttori (o delle traduttrici): potrebbero anche essere i migliori, ma in questo caso è il processo stesso del tradurre finalizzato alla pubblicazione a non essere adatto, perché incompatibile con i tempi “troppo” lunghi che sarebbero necessari.

Per Sāvitrī serve un respiro diverso, completamente svincolato da tali logiche; serve una vera consapevolezza della profondità e altezza di quest’opera e della nostra ancora limitata capacità di sondarla e comprenderla, e partendo da quella base cercare innanzi tutto di ricevere un poco della conoscenza e dell’esperienza che Sāvitrī è stato scritto per trasmettere, senza preoccuparsi troppo presto di “tradurlo”. Abbiamo detto che i tempi e i modi che Sāvitrī richiede sono gli stessi dello Yoga, e questi non possono andare d’accordo con quelli dell’editoria, delle aspirazioni e motivazioni personali o di qualsiasi altra considerazione mondana.

Il sito savitri.info è nato come un piccolo punto di partenza in questo tipo di ricerca: non è un caso che i contenuti del sito siano orientati verso l’invito alla lettura dell’originale, cercando di fornire alle persone interessate informazioni e strumenti utili per quello, in uno spirito di condivisione e di collaborazione.

Tornando alla domanda iniziale, vale la pena di tradurre Sāvitrī ? Ebbene si può solo rispondere “dipende” perché bisogna sempre vedere il modo, e il risultato. The proof of the pudding is in the eating.

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Questa lunga cogitazione non è nata per caso, ma è frutto di alcune circostanze che, a questo punto, conviene raccontare. Circa un anno fa, sono andato a Formia per assistere a una recita di Sāvitrī di Anna Saia, organizzata da Mimmo Mallardi, Francesco Villano e Teresa Noce. Conoscevo di vista Anna da sempre, avendola incrociata spesso negli anni ’70 e ’80 all’Ashram di Pondicherry, ma frequentavamo ambienti diversi ed era rimasta una conoscenza superficiale. Sapevo da amici comuni che è un’attrice eccellente, che ha lavorato per molti anni con i migliori nomi del teatro italiano, ma non l’avevo mai sentita recitare. Quella sera, finalmente, ho avuto modo di ascoltarla. La lettura riguardava il Canto IV del Libro Terzo, The Vision and the Boon. In italiano, naturalmente.

Al pubblico veniva distribuito un libretto col testo, ma non c’era il nome del traduttore o dei traduttori. Conosco bene quel Canto quindi non ho usato il libretto, limitandomi ad ascoltare: e ho trovato che la lettura di Anna Saia, accompagnata dalle musiche di Rashmi Bhatt e Roberto Caravella, riusciva a comunicarne il senso e le immagini in misura sorprendente, nonostante alcuni evidenti limiti del testo italiano.

Allora mi sono detto: se “eseguita” in questo modo, anche una traduzione può arrivare alla mente e al cuore di chi l’ascolta. E se l’arte della recitazione, unita a una intima familiarità con i contenuti, è in grado di compensarne almeno parzialmente le insufficienze, quale potrebbe essere il risultato se la traduzione fosse un poco migliore e preparata appositamente per essere recitata — se entrambe le fasi, traduzione e recitazione, fossero curate insieme, con la necessaria professionalità?

L’idea era stimolante, ma metterla in pratica richiedeva, appunto, la collaborazione di competenze (e quindi persone) diverse. È così rimasta a sedimentare per un po’ di tempo, in attesa delle circostanze favorevoli. Queste si sono manifestate alcuni mesi dopo, quando ho incontrato nuovamente Anna Saia, questa volta a Pondicherry. Memore dell’esperienza di Formia, le ho proposto di tentare un piccolo esperimento: partendo da una bozza di traduzione di pochi versi, lavorare insieme per adattarla alle concrete esigenze di eufonia e di ritmo della recitazione, garantendo nel tempo stesso la massima fedeltà all’originale.

Anna ha trovato l’idea interessante, e abbiamo cominciato. Non c’è l’ambizione di produrre un volume, quindi non si guarda alla quantità dei versi ma solo alla loro qualità e “recitabilità”. Si è partiti affrontando proprio il Canto IV del Libro Terzo, che era l’oggetto della recita di Formia del 2016. Se un giorno questo Canto sarà finito, lo pubblicheremo: ma il suo veicolo immediato non sarà la pagina stampata bensì la registrazione audio, in stile audiolibro, per garantire l’indispensabile qualità della voce.

Così, un poco alla volta, offrire passi scelti di Sāvitrī potrebbe avere senso perché costituirebbe un approccio molto semplice e immediato per le persone interessate, basato su quello che era l’antico veicolo dei testi sacri e della poesia epica: la recita e l’ascolto.

Chissà, forse abbiamo trovato un metodo, e una strada percorribile.

Sarvamangalam!

M.M.

P.S. È possibile ascoltare testi aurobindiani letti da Anna Saia qui.